Da sinistra, Leoluca Bagarella, Giovanni Graviano e Bernardo Provenzano

Sulla base degli scarsi risultati ottenuti dai movimenti meridionalisti alle elezioni politiche che porteranno alla nascita della Seconda Repubblica

di Giancarlo Tommasone

Il progetto separatista, con la divisione dell’Italia in tre tronconi – secondo quanto dichiara una nutrita schiera di collaboratori di giustizia, e stando alle risultanze di decine di anni di indagini -, era nato al meridione, con un obiettivo preciso: portare alla creazione di uno Stato del Sud. A guidare il quale, doveva essere un «governo» composto da appartenenti alla massoneria deviata e alle quattro principali organizzazioni criminali della Penisola: Cosa nostra, ’Ndrangheta, camorra e Sacra corona unita.

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Il piano di Licio Gelli e di una eminenza grigia della politica

Del piano, scaturito dalla mente di Licio Gelli (il fondatore della P2), e da quella di un’altra eminenza grigia, della politica, si fa spesso riferimento nelle carte del processo ’Ndrangheta stragista, conclusosi alla fine di luglio scorso con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. Da considerare che con il tramonto della Prima Repubblica, e l’eclissi della Democrazia cristiana, a cui da sempre la mafia aveva guardato, necessita puntare su un nuovo soggetto politico, e Cosa nostra lo individua in una serie di movimenti dalla forte connotazione leghista e meridionalista.

I «fili» da muovere / Progetto separatista,
i rapporti tra Gelli e il gioielliere di Michele Zaza

Si svolgono numerose riunioni, sia in Calabria che a Napoli, ma anche a Roma e in Sicilia. L’occasione per testare il progetto separatista è quella delle Politiche  e delle elezioni amministrative del 1994, l’operazione però si rivela da subito velleitaria. I risultati raccolti dai vari movimenti meridionalisti è assai modesto.

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A questo punto si accantona il progetto di tipo federalista-separatista, e «si punta a nuove relazioni politiche che dovevano realizzarsi con altri interlocutori», come sottolinea tra gli altri, il collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza. «Lo stesso Leoluca Bagarella (cognato di Totò Riina, ndr) vero artefice di un movimento leghista siciliano, – argomentano gli inquirenti – abbandonò il progetto per allinearsi alle diversa strategia adottata dagli altri capi di Cosa nostra, da Bernardo Provenzano e dai Graviano (i fratelli Filippo e Giuseppe) in particolare», che puntarono su un nascente soggetto politico di dimensione nazionale.