L'ex Convitto delle Monachelle

I protagonisti della comunità si appellano alle istituzioni contro i timori che nella vicenda possano inserirsi le mire di grossi gruppi imprenditoriali interessati ad appropriarsi dell’area.

di Fabrizio Geremicca.

Uno stabile che affaccia sul mare di Arco Felice, nel comune di Pozzuoli, dove in epoca romana sorgeva il Porto Giulio, e che ha ospitato bimbi ed adolescenti orfani ed abbandonati, con il loro carico di dolore e speranze. E stata colonia estiva fino ai primi anni Ottanta del secolo scorso. Una trentina di occupanti, per lo più ucraini e magrebini, ma ci sono anche due puteolani – alcuni con problemi di dipendenza dall’alcool e da sostanze – che vivono in una parte dell’edificio. Una comunità eterogenea per età ed esperienze di un centinaio di persone le quali ad aprile 2017 decidono di provare a trasformare il posto: lo ripuliscono in parte, organizzano al suo interno una biblioteca, promuovono cene sociali, musica, si prendono cura della spiaggia per evitare che diventi una discarica.

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La storia del complesso delle ex Monachelle si potrebbe raccontare a partire da uno di questi tre incipit. L’epilogo rischia di essere lo sgombero perché il Comune di Pozzuoli ha ordinato di andare via a tutti coloro i quali “indistintamente occupano in modo abusivo, per motivi diversi, l’ex convitto”. Il provvedimento ingiunge anche al Comune di Napoli – proprietario della struttura dal 1983, quando la Regione Campania l’ acquisì dai Collegi Riuniti e la trasferì a Palazzo San Giacomo – di murare ogni vano di accesso, sanificare l’immobile e rimuovere i rifiuti accumulati al suo interno.

Il Comune di Pozzuoli – recita l’ordinanza – si è mosso dopo che a fine aprile nell’edificio fu ritrovata la salma di un migrante, presumibilmente ucciso da una overdose, ed in ragione di un sopralluogo dei carabinieri i quali a maggio hanno scritto in una relazione inviata al sindaco Figliolia: “L’attuale stato di abbandono della struttura rappresenta allo stato attuale un sensibile problema per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Lo sgombero avrebbe dovuto essere eseguito entro il 7 agosto. Ad oggi l’ordinanza è rimasta lettera morta. Per scongiurarne l’esecuzione i protagonisti della comunità delle ex Monachelle hanno contattato nelle scorse settimane Alessandra Clemente, l’assessore al Patrimonio del comune di Napoli, ed Elena Coccia, il vicesindaco della Città Metropolitana. Chiedono passi coerenti con le parole che Luigi de Magistris pronunciò tempo addietro in una visita alle ex Monachelle. “Fin quando sarò sindaco – disse – non ci sarà in luoghi della disponibilità del Comune di Napoli uno sgombero”. Hanno poi scritto al Vescovo di Pozzuoli, monsignore Gennaro Pascarella, per chiedergli di recarsi a celebrare messa proprio alle ex Monachelle.

”Siamo anche in contatto – dice Osvaldo Balestrieri, una delle anime della comunità, infermiere in pensione dell’Asl Napoli 1 – con Paolo Maddalena, l’ex presidente emerito della Corte Costituzionale”. Balestrieri racconta con molti dettagli ed inesauribile passione al cronista la storia delle Monachelle, il tentativo di sottrarle all’abbandono, i timori che nella vicenda possano inserirsi le mire di grossi gruppi imprenditoriali interessati ad appropriarsi dell’area.

Lo ascolta un altro componente del gruppo, che si chiama Giovanni Berlini. Anch’egli in pensione, ha lavorato per molti anni alla Selenia ed all’Italsider. “Già in passato – ricorda Balestrieri – ci fu il tentativo di cedere la struttura ed il terreno intorno a privati. Sono andate deserte due aste. In epoca Iervolino, poi, si pensò di trasformare il complesso in un ostello della gioventù. Partirono i lavori, ma si interruppero dopo alcuni anni senza che fossero completati. Noi della comunità delle ex Monachelle vogliamo semplicemente che questo bene resti alla collettività, sia sempre più un punto di incontro e socialità. Il nostro faro è l’articolo 118 della Costituzione, quello che prevede che Stato, Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Si può pensare a varie forme di utilizzo sociale, il complesso è molto ampio. Negli anni dell’abbandono qui davanti c’era una piazza di spaccio ed il sottopasso di fronte era infrequentabile. Abbiamo portato gente, iniziative, progetti ed oggi questo è un posto nuovamente fruito dai cittadini”.

I rapporti con chi vive all’interno dell’edificio, racconta, sono stati costruiti con il tempo e superando le diffidenze di non pochi tra gli stessi membri della comunità che si è impegnata nel recupero dell’area. “Quando noi siamo arrivati – dice – loro c’erano già. Gradualmente siamo entrati in relazione. Sono persone – non mi piacciono etichette come senza fissa dimora, extracomunitari o clochard – con i loro problemi. Qualcuno partecipa alle nostre riunioni ed alle nostre cene sociali, altri no. Cerchiamo di coinvolgerli e di sensibilizzarli sulla necessità di mantenere pulito lo spazio. Sperimentiamo percorsi di inclusione e vicinanza. Fallaci e difficili, certo, ma non mi pare che finora qui i servizi sociali abbiano brillato per la loro presenza. Credo non si siano visti mai”.

Si è vista invece Asia, tempo fa, che stava valutando un intervento straordinario di rimozione dei quintali di immondizia accatastati in prossimità dell’ala dell’edificio occupata dai migranti. Finora non è partito. Potrebbe essere un segnale importante, al di là delle parole e dei comizi, di vicinanza del Comune di Napoli alla esperienza della comunità delle ex Monachelle.