San Giovanni a Teduccio e il sogno infranto

di Giancarlo Tommasone

Sulla carta un progetto per il rilancio di Marina di Vigliena, un approdo turistico a San Giovanni a Teduccio, porto Fiorito, ma nella realtà il sogno non è stato raggiunto. Come i lavori per ridare dignità a quella zona dell’area orientale di Napoli, opere che avrebbero dovuto essere concluse entro il 2013 (77 milioni di euro di finanziamento), ma che si sono arenate quasi prima di partire. In tutto questo, però, i clan si erano già messi d’accordo per spartirsi il provento delle estorsioni. La circostanza emerge dalle dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Battaglia (ex affiliato ai Formicola di San Giovanni) e allegate agli atti dell’inchiesta «Piccola Svizzera» (più di 20 arresti, 52 indagati in totale). Anche da quanto riporta Battaglia ai magistrati, spicca il ruolo di primo attore dell’ottantacinquenne Carmine Montescuro, alias zì Menuzzo, boss della zona di Sant’Erasmo. Montescuro, in cella ci è rimasto una settimana, lo scorso primo novembre, infatti è stato scarcerato per motivi di salute.

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Maria Licciardi e Carmine Montescuro

Ma cosa dice il pentito Battaglia riguardo a porto Fiorito? «Porto Fiorito è la denominazione di un porto turistico che si sta realizzando nella zona di San Giovanni a Teduccio – fa mettere a verbale il 26 giugno del 2012 – Il progetto, benché risalente a diversi anni fa, sì è cominciato a realizzare solo da poco. In precedenza sono state fatte solo delle opere di bonifica. Ricordo che sin dal 2006, sia noi che i Mazzarella in previsione della realizzazione di quella grossa opera, ci accordammo per tentare di avvicinare il responsabile del consorzio di imprese che si era aggiudicato il progetto». A questo punto, però, secondo il racconto di Battaglia, interviene Carmine Montescuro.

Porto, la camorra gestiva pure
l’affissione dei manifesti pubblicitari

«Venimmo convocati a Sant’Erasmo da zì Menuzzo, un vecchio pregiudicato che si autodefinisce “paciere” o come persona che risolve i problemi della criminalità organizzata napoletana. All’incontro andai io, insieme a Bernardo Formicola; con noi vennero anche alcuni ragazzi del clan che però aspettarono fuori», afferma Battaglia.

Il diktat del boss:
nessuno si avvicini
ai cantieri, ho già chiuso
io l’estorsione

Che poi entra nei particolari del summit: «La riunione avvenne all’interno di un garage di Montescuro. Quest’ultimo fu categorico nell’imporci di non avvicinare nessun componente di nessuna delle ditte consorziate che si erano aggiudicate quel progetto, affermando che aveva già egli “chiuso” l’estorsione per un importo che avrebbe soddisfatto tutti. Ci parlò di una prima dazione di 100mila euro e di un pagamento mensile oscillante tra i 10 e i 20mila euro per tutta la durata dei lavori. (Montescuro) pose una sola condizione: quella che alla spartizione avrebbero dovuto prendere parte anche i Rinaldi». Nessuno, racconta il pentito Battaglia, si oppose a quanto programmato da Montescuro. «Fatto sta che da allora, i lavori sono iniziati solo di recente. Gli stessi sono stati preceduti da una grossa opera di bonifica in mare effettuata da una ditta che non conosco, ma che so che ha pagato 40mila euro a titolo di estorsione», conclude il collaboratore di giustizia.