Una veduta aerea del porto di Napoli

di Giancarlo Tommasone

E’ cospicuo, secondo quanto annotano gli inquirenti nell’ordinanza, il patrimonio di Pasquale Ferrara, considerato il «deus ex machina» del presunto giro corruttivo attuato al porto di Napoli. Classe 1965, napoletano, vive a Posillipo. Lo scorso 27 maggio è stato arrestato nell’ambito di una inchiesta che ha acceso i fari sui rapporti tra imprenditori, funzionari ed ex funzionari dell’Authority partenopea, per pilotare gare di appalto e favorire ditte «amiche», in cambio della corresponsione di tangenti.

Le scritture private,
le 14 società
intestate a prestanome,
ma di fatto riconducibili
ai fratelli Pasquale
e Mariano Ferrara

Insieme a Ferrara sono finiti ai domiciliari altri cinque imprenditori e un funzionario dell’Autorità portuale. «Ferrara è ufficialmente un dipendente della Lemapod srl, con la qualifica di geometra e una busta paga di 1.940 euro netti», è riportato nell’ordinanza. Ma, stando ai riscontri investigativi, insieme al fratello Mariano, è titolare di fatto di 14 società. «Per individuare le imprese riconducibili a Ferrara – è annotato nell’ordinanza – particolarmente rilevante è stato l’esito della perquisizione effettuata presso la sua abitazione». L’accesso delle forze dell’ordine ha consentito di effettuare il rinvenimento e il sequestro di due scritture private (una datata 28 agosto 2014, l’altra 26 gennaio 2015) «aventi ad oggetto la effettiva titolarità di numerose imprese in capo ai fratelli Pasquale Ferrara e Mariano Ferrara». Oltre alle imprese, «sebbene formalmente nullatenente – evidenziano sempre gli inquirenti – Ferrara (Pasquale) è titolare di un consistente patrimonio immobiliare intestato a prestanome».

Le intercettazioni
Pasquale Ferrara
e la moglie
discutono dell’acquisto
di una casa
del valore di un milione
e 400mila euro

L’ultima circostanza trova conferma  nella conversazione, intercettata, che avviene tra Ferrara e sua moglie il 24 novembre del 2016, all’interno della vettura in uso all’imprenditore. In quell’occasione, i coniugi discorrono dell’imminente acquisto di una casa del valore di un milione e 400mila euro, nonché delle ulteriori spese connesse all’operazione, che complessivamente, ammontano ad altri 100mila euro. Altra rilevantissima conversazione relativamente alla elevata disponibilità economica della famiglia Ferrara, evidenziano i magistrati, è quella che avviene tra Pasquale Ferrara e uno dei figli.

Il padre dice al figlio: «Tieni la macchina di centomila euro». E Pasquale Sgambati (anche lui arrestato nel corso dell’operazione scattata il 27 maggio scorso), parlando con Pasquale Ferrara e riferendosi al figlio (di Ferrara), il 12 ottobre del 2016, afferma: «Ha quattro, cinque case di proprietà, che tu non te le immagini proprio. Ha tanti di quei soldi…».

Spese «folli»
da Chanel:
13mila euro
tutti in una volta

Le consistenti risorse finanziarie si evincono pure da una considerazione che fa uno dei figli di Ferrara, intercettato in auto mentre parla col padre e con la madre (il 20 marzo del 2017): «Teniamo due macchine di lusso, spendiamo i soldi come se fossimo dei papi». Ulteriore particolare interessante si evince da una conversazione (intercettata il 13 marzo del 2017) tra Ferrara e la moglie. Parlando di spese – presumibilmente effettuate da uno dei figli della coppia, è riportato nell’ordinanza – la consorte afferma: «Non ho mai visto spendere undicimila euro, tutti insieme da Chanel». Al che il marito la corregge: «Eh, undici… tredici». Ma perché, Pasquale Ferrara ha bisogno di prestanome per le sue imprese e per il suo patrimonio immobiliare? Perché, spiegano gli inquirenti, deve rammentarsi che «Pasquale Ferrara risulta essere stato arrestato e poi condannato per reati fiscali, alla pena di 9 mesi e di 20 giorni di reclusione».

Il ricorso alle intestazioni fittizie
per evitare eventuali sequestri di beni
da parte dell’autorità giudiziaria

E quindi, teme, sottolineano sempre gli inquirenti, «che nei suoi confronti possa essere applicata una eventuale misura di prevenzione patrimoniale». Vale a dire un sequestro preventivo di beni, ed è per questo, che l’imprenditore proverebbe – attraverso l’intestazione di beni a prestanome – di eludere tale eventuale misura. Lo dice lo stesso Ferrara (ancora una volta intercettato), parlando con Sgambati. «Nel corso della conversazione – è scritto nell’ordinanza – esplicita che il ricorso a intestatari fittizi è dovuto ai procedimenti penali in cui è implicato: “Io tengo un problema di quattro reati vecchi della Finanza”».