Il presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centrale, Pietro Spirito

di Giancarlo Tommasone

L’imprenditore Giovanni Esposito, detto il castellone (perché originario di Castellammare di Stabia) è tra gli arrestati dell’inchiesta sul presunto giro corruttivo al porto di Napoli. Le misure cautelari eseguite complessivamente sono sette: sei arresti domiciliari e l’interdizione dai pubblici uffici per un anno, per Emilio Squillante (ex segretario generale dell’Autorità portuale partenopea). Tra gli episodi contestati dall’accusa agli indagati, c’è pure quello riconducibile a una dazione di denaro ricevuta dal funzionario Gianluca Esposito (pure lui arrestato nel corso dell’operazione scattata lunedì).

Lo scambio
di messaggi
su WhatsApp

La circostanza emerge dalle conversazioni che quest’ultimo ha intrattenuto sulla piattaforma WhatsApp proprio con Giovanni Esposito. I messaggi sono stati trovati nel telefonino sequestrato all’imprenditore. Secondo l’accusa, gli indagati si sarebbero serviti di un linguaggio criptico, in particolare utilizzando la parola «pannelli» per riferirsi alla «tangente». «Ed invero – annotano gli inquirenti nell’ordinanza -, il 31 marzo del 2017, Gianluca Esposito inviava questo messaggio: “Sig. Giovanni (Esposito) buongiorno… cominciamo a produrre i pannelli per gli interventi concordati altrimenti si corre il rischio di non rispettare i tempi imposti dal cronoprogramma”». Dal momento del messaggio riportato, evidenziano gli investigatori, «con la solita insistenza, Gianluca Esposito chiede in più momenti quando verranno “prodotti” o addirittura “consegnati” da Giovanni Esposito i “pannelli”».

La «produzione»
e la «consegna»
dei «pannelli»

Di seguito riportiamo il testo dei messaggi WhatsApp: «Buongiorno, la produzione dei pannelli metallici si è avviata? Che tempi abbiamo per consegnare il primo tratto?» (10 aprile 2017); «I pannelli sono in produzione?» (13 aprile 2017); «Verifichiamo la produzione dei pannelli… grazie» (18 aprile 2017); «Buongiorno, sig. Giovanni, mi sollecitano per quegli interventi a Nisida e a Castellammare… che tempo ci vuole ancora per consegnare la prima parte di pannelli?», «Come mai tutto questo tempo?»(è scritto nei due messaggi spediti alle 8.17, il 26 aprile 2017); «Novita?» (alle 13.12 sempre del 26 aprile del 2017).

Ai messaggi
di Gianluca Esposito,
l’imprenditore
– ricostruisce l’accusa –
risponde sempre cercando
di prendere tempo,
fino al 2 maggio del 2017

Quando Giovanni Esposito cerca di incontrare il funzionario, e non riuscendoci, invia un messaggio per dire che si era pronti «con la prima tracia (tranche, ndr) di pannelli…». L’appuntamento è fissato per il giorno dopo, alle 10. Poco prima di quell’ora, Gianluca Esposito invia un messaggio al castellone: «Sono in ufficio, la attendo per il sopralluogo al molo Sannazaro». Al che Giovanni Esposito (alle 9.54) risponde: «Scendete, sono sotto». La gara, aggiudicata alla ditta Navalteam, è inerente alla «Manutenzione straordinaria delle recinzioni portuali e dei manufatti in carpenteria metallica assimilabili alle stesse installate all’interno del porto di Napoli». Stando alla ricostruzione dell’accusa, «la richiesta dei “pannelli” (messaggio del 31 marzo 2017) da parte di Gianluca Esposito, avviene in concomitanza all’avvio della procedura per il pagamento del primo Sal (Stato di avanzamento dei lavori)», che si registra il 23 marzo 2017.

«Normalmente – è scritto nell’ordinanza -,
il pagamento delle tangenti avviene
in relazione alla liquidazione del Sal»

«Il citato primo Sal – sottolineano gli inquirenti – viene liquidato il 21 aprile del 2017 per 224.518 euro e quindi il 26 aprile 2017, Gianluca Esposito sollecita la dazione del denaro». Il 2 maggio, poi, «Giovanni Esposito scrive a Gianluca Esposito, che è pronto per la consegna della prima tracia (rectius tranche) e che può mandare anche Filippo (che deve identificarsi nel direttore tecnico e uomo di fiducia dell’imprenditore)».

Le argomentazioni
dell’accusa
sulla presunta
dazione di denaro

«Che i “pannelli” non siano altro che la rata della tangente da corrispondere a Gianluca Esposito – argomenta l’accusa – si deduce infine dal fatto che tra i compiti del rup (quale era Gianluca Esposito) non rientra quello di ricevere in consegna pannelli metallici».

Il gip: insufficienti
gli elementi raccolti

A differenza di quanto sostenuto dai pm, relativamente all’episodio appena riportato, il gip Federica De Bellis ha ritenuto «che gli elementi raccolti non siano sufficienti a ritenere sussistente la gravità indiziaria a carico degli indagati».

Il presidente Pietro Spirito:
ci costituiremo
parte civile nel procedimento

Relativamente all’inchiesta (pm Ida Frongillo e Valerla Sico con l’aggiunto Vincenzo Piscitelli), nelle scorse ore, il presidente dell’Adsp del Mar Tirreno Centrale, Pietro Spirito, ha dichiarato: «Alle inchieste reagiamo con la voglia di collaborare con la magistratura, di costituirci parte civile, perché riteniamo sia doveroso da parte dell’istituzione portuale, e con la voglia di comprendere come migliorare».

Sulla trasparenza degli atti dell’autorità, ha detto Spirito, «noi pubblichiamo tutti gli atti sul sito, quindi sulla trasparenza non abbiamo da imparare. Ma dobbiamo imparare come migliorare il controllo interno, fare in modo che alcuni comportamenti, che possono accadere, siano maggiormente controllati e per quanto possibile evitati». Nell’inchiesta compare anche  il nome del presidente Spirito. Il numero uno di Piazzale Pisacane, che va sottolineato, non è indagato, nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltato dai pm come persona informata sui fatti, nell’ambito di una presunta turbativa d’asta ipotizzata a carico di Emilio Squillante. Al centro della vicenda l’aggiudicazione di una concessione per l’utilizzo esclusivo, alla Ttt Lines, del manufatto Ex Cogemar. Pietro Spirito è intercettato al telefono (a dicembre del 2017) mentre parla con la funzionaria Maria Teresa Valiante (compagna di Squillante), alla quale dice che è stato «deliberato Ttt lines» e la invita a «firmare rapidamente la concessione», prima del cambiamento della legge, che avrebbe potuto – ipotizzano gli inquirenti – mutare l’iter della pratica che si stava seguendo.