Un sequestro di armi operato dai carabinieri (foto di repertorio)

L’INCHIESTA DOMINO BIS Agli atti anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sul clan D’Alessandro di Castellammare

La scorsa settimana, una maxi operazione condotta dai carabinieri, si è scagliata come un maglio sull’organizzazione criminale dei D’Alessandro (clan con roccaforte al Rione Scanzano di Castellammare), radicata nell’area stabiese. Ventisette indagati in totale, mentre sono state eseguite 16 misure di custodia cautelare, con 16 arresti (15 in carcere e uno ai domiciliari).

Gli inquirenti hanno messo sotto la lente, soprattutto l’attività illecita legata al traffico di droga, ma sono numerosi i reati contestati, a vario titolo agli indagati, tra cui l’associazione di stampo mafioso. In particolare, Carmine Barba (classe 1979, anche detto ’o turrese), è ritenuto esattore delle estorsioni, oltre che custode delle armi del clan, che – è scritto nell’ordinanza a firma del gip Fabrizio Finamore -, avrebbe occultato in terreni attigui alla propria abitazione.

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Rispetto alla figura di Carmine Barba, ha reso dichiarazioni circa una decina di collaboratori di giustizia. Uno di essi è Luciano Fontana, che fa mettere a verbale: «Vi posso dire che (Barba, ndr) detiene armi del clan D’Alessandro – racconta Fontana ai magistrati –. Ultimamente deteneva, per averle viste personalmente, un revolver 38 e una Mauser semiautomatica calibro 7.65». E il pentito racconta nei dettagli la circostanza a cui ha assistito: «Le armi gliele ho viste addosso, mentre (Barba) viaggiava su un motoveicolo condotto (da un suo sodale)».

Fontana dice che Barba «si atteggiava e pertanto mostrava visibilmente le armi». Alla domanda di Fontana che gli chiese come mai aveva quel tipo di atteggiamento e mostrasse le armi così platealmente, Barba avrebbe risposto che lo faceva «perché venissero viste in giro». Per gli inquirenti, l’episodio appena descritto, dà la cifra dell’ostentazione di forza e della sfrontatezza, esternate pubblicamente dal clan di Scanzano.

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