Il ritrovamento a sorpresa della storica fonte testimonia come il progetto sia stato approvato e cantierizzato senza verifica del sottosuolo.

Una sorpresa, gradita o meno è tutto da vedere, quella che è stata consegnata a chi stava portando avanti i lavori di ammodernamento della banchina portuale del Molo Beverello a Napoli. Ci riferiamo, come rivelato da Antonio Pariante del Comitato di Portosalvo in un post sui social “dell’antico Beverellum dell’acqua zuffregna che secoli fa rappresentava una delle più belle e famose peculiarità della nostra città, l’acqua speciale. La ricchezza delle sorgenti napoletane, come molti sanno, era riconosciuta in tutto il mondo ed in epoca vicereale era particolarmente richiesta dai sovrani di Spagna che, apprezzandone la grande qualità organolettica, mandavano le loro navi cisterna a farne continue scorte. Oggi la capitale delle “preziose sorgenti” è scomparsa e tutto questo non esiste più ma quest’acqua rinnegata, come dice qualche eretico studioso, continua a scorrere sotto al molo assieme a quei dubbi progetti urbanistici che, attraverso gli interventi nel sottosuolo, ne hanno pericolosamente deviato il percorso e nascosto l’esistenza”.

Insomma, Napoli ritrova la fonte della sua “acqua ferrata”, un tempo raccolta e conservata nelle “mummare” (anfore di terracotta), ritenuta capace di guarire ogni male, tanto da essere la più ricercata tra quelle vendute dall’acquafrescaio, o acquajuolo, mestiere antichissimo e che si ritrova nelle storie che i nonni raccontavano ai nipoti.

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Ma, superato il fascino del ritrovamento, attorno a questa scoperta le domande non sono poche. Possibile che nessuno ne fosse a conoscenza al momento di validare il progetto per il terminal del beverello? E adesso che i lavori saranno per forza di cose bloccati, chi pagherà i danni? Non c’era modo di verificare prima l’esistenza, oltre ai reperti archeologici (vedi il molo borbonico) anche delle falde acquifere? Insomma, l’ennesimo problema cui deve far fronte un cantiere nato male e che continua a proseguire peggio. Basti ricordare che i finanziamenti promessi dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, con la legge 11 dicembre 2016, per il waterfront sono stati cancellati a giugno 2018, come riportato in esclusiva all’epoca da Stylo24. E parliamo di 20,5 milioni di euro congelati dalla Corte costituzionale, che accolse il ricorso della Regione Veneto, dichiarando illegittima la parte della normativa che non prevedeva «un’intesa con gli enti territoriali in relazione ai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri riguardanti settori di spesa rientranti nelle materie di competenza regionale».

Allora l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale diretta da Pietro Spirito decise di utilizzare, raschiando letteralmente il fondo del barile, quei 17,5 milioni di euro destinati agli interventi di manutenzione delle banchine esistenti e delle infrastrutture portuali, che già versavano in pessimo stato allora. Oggi neanche a dirlo. Il tutto non prendendo minimamente in considerazione l’alternativa (a costo zero per le casse dello Stato) proposta dagli armatori. Ovvero quella di un investimento, completamente a carico dei privati, di circa 10 milioni di euro per costruire un nuovo Beverello. Operazione che avrebbe da un lato fatto risparmiare soldi pubblici e dall’altro regalato alla città un molo finalmente presentabile.

Tutto sul Beverello, insomma, senza chiedere o volere aiuti. E, di conseguenza, tutto bloccato. Una sorta di all-in tornato indietro come un boomerang, per il quale adesso si attendono risposte. Perché, come appare chiaro, l’ovvio nuovo stop sarà frutto delle mancate verifiche del sottosuolo (comprese quelle archeologiche, come dicevamo). Mentre le banchine restano in condizioni di pericolo. E il biglietto da visita della città, nonché quella che dovrebbe esserne l’azienda più importante, fa di nuovo i conti con una gestione che definire discutibile è utilizzare un eufemismo.

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