Stefano Caldoro e Pietro Spirito

Stefano Caldoro, capo dell’opposizione in Consiglio regionale ed ex governatore, a Stylo24: occorre una governance fortemente autonoma, dove i livelli decisionali sono tutti dentro l’Autorità

Troppi ritardi, fomentati da una gestione sbagliata, quella di Pietro Spirito a capo dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, e da una governance in cui si vive di contenziosi e “ci si avvantaggia di procedure lente, farraginose e poco trasparenti”. Limiti che si rispecchiano nel porto di Napoli e che frenano lo sviluppo dell’intero sistema campano. Stefano Caldoro, capo dell’opposizione in Consiglio regionale ed ex governatore, a Stylo24 analizza tutto ciò che non va in una azienda che, da fiore all’occhiello quale dovrebbe essere, è diventata quasi una sorta di zavorra. Che ogni giorni si ritrova fare i conti con una serie di problemi, ai quali il promotore del Grande Progetto Porto di Napoli, prova a dare la sua soluzione.

Come giudica la gestione del Porto di Napoli da parte di Pietro Spirito?
“Non è mai giusto giudicare il profilo professionale della persona, ma il dato che purtroppo va maggiormente segnalato è una serie di enormi ritardi, importanti e oggettivi, per le opere che riguardano il porto. Il che, naturalmente, va tutto a discapito della capacità e potenzialità dello scalo e anche, e soprattutto, sulle spalle degli operatori, che finiscono col vivere difficoltà enormi”.

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Cosa blocca lo sviluppo del porto di Napoli e da cosa deve ripartire per rilanciarsi?
“E’ il sistema di governance che non va. Le Autorità Portuali non possono rimanere strutture come sono oggi, con una tale complessità di movimenti e di sistemi autorizzativi. E in una tale situazione, una cosa è gestire Civitavecchia, un’altra Napoli, con un porto al centro della città. L’integrazione con la grande metropoli, la tutela ambientale e dei beni culturali, la parte trasportistica, sono tutti ostacoli cui dover far fronte e che rendono la gestione sempre più complessa rispetto ad altri modelli, dove i passaggi sono molto più rapidi. Il porto di Napoli deve essere necessariamente integrato. Il bacino di riferimento è troppo ampio. E’ difficile pensare di decidere una cosa a Napoli e non coordinarla con Salerno. Attualmente la legge Delrio prevede questa cosiddetta pianificazione larga, ma è tutta teoria. Perché poi l’operatività e lo stretto aggancio alle risorse, quindi allo sblocco e all’utilizzo dei finanziamenti, poi si perdono nelle carte. Quindi quello che decidi in forma pianificatoria non lo ritrovi nella pratica. Ecco perché Civitavecchia va a cento all’ora, mentre noi andiamo a 30. Lì parliamo di un porto che è già alla terza fase dei finanziamenti, Napoli è solo alla prima. Con il grande progetto Porto di Napoli, finanziato con i fondi europei, riuscimmo a dare un importante segnale di inversione di tendenza rispetto alla vecchia gestione portuale, fatta di trasferimenti di fondi nazionali, senza un disegno organico. Ma, dopo quasi dieci anni dall’approvazione formale, siamo ancora qui. Quando tutto si sarebbe dovuto completare nei primi cinque. Un ritardo molto grave”

Qual è il limite della portualistica campana oggi?
“Ce ne sono tanti. E’ una sorta di mix. Ormai si vive nei contenziosi, con la parte conservatrice di questo mondo che si avvantaggia di procedure lente, farraginose e, per alcuni aspetti, anche poco trasparenti, come tutte quelle che hanno troppi livelli decisionali. E ciò non si aggancia alla competitività. Da presidente di Regione feci una proposta di fronte alla insufficiente riforma delle Autorità Portuali dell’allora ministro Delrio, che altro non era se non un piccolo passo avanti. Bisognava, e nei fatti si dovrebbe ancora, intervenire con un modello simile a quello statunitense. Ovvero un sistema di governance fortemente autonoma, dove i livelli decisionali sono tutti dentro l’Autorità, che ha poteri di intervento immediati. Il che porta a decisioni molto più rapide. Questo manca in Italia e soprattutto in Campania”.