La vita è strana. Ti porta nei luoghi più disparati e, soprattutto, per motivi che mai avresti creduto potessero appartenerti. La storia di Luigi Lo Rosso comincia nel 1962, quando Capri pullula di artisti e attori. Lui lavora sull’isola azzurra, mentre la famiglia lo attende alle pendici del Vesuvio. E una sera torna a casa con un “regalo” particolare. Una tela ritrovata in una discarica. La moglie appende quel volto di donna in cucina vicino alla credenza. Su quella tela, in alto a sinistra, c’è una firma: Picasso. Luigi, racconta al ‘Corriere della Sera’ in un articolo del collega Andrea Pasqualetto, come allora neanche conoscesse il famoso pittore. Ma da allora in poi imparerà a conoscerlo. Attraverso gli anni che porteranno gli esperti a insinuare più di un dubbio.

Ma per passare da questo a una certezza c’è bisogno di soldi. I primi duemila euro vengono spesi per la perizia dell’istituto di diagnostica dei beni culturali della Fondazione Cesare Gnudi, che conferma come la firma sia compatibile con le opere di Picasso. Arriva poi lo studio del laboratorio di analisi chimiche Palladio, richiesto da un potenziale acquirente. E vanno via altri cinquemila euro per sapere che “i materiali coincidono con quelli utilizzati dall’artista, la firma non presenta anomalie”. Ma l’interessato vuole la benedizione della Fondazione Picasso di Parigi. Oltre la quale non si passa. Però per ottenerla servono 300mila euro.

 

Qui si ferma la corsa della famiglia Lo Rosso. Che decide di dire stop a queste continue spese. Ma il dubbio resta. E allora i figli di Luigi, Andrea e Adriano, riprendono a girare per il mondo con la tela. Milano, Londra, Parigi. Fino a quando nel 2018, Andrea conosce il professor Maurizio Seracini, fondatore di Editech, primo centro diagnostico per i beni culturali in Italia. Gli fa vedere il quadro e per avere uno studio servono 15mila euro più Iva. Decide di andare nel suo studio, ma quando giunge in stazione viene fermato, con i suoi accompagnatori, da 25 carabinieri. Che li portano in caserma e sequestrano il Picasso con l’accusa di ricettazione. Ci vuole un mese perché il giudice del Riesame dissequestri l’opera e nel frattempo il Seracini ha concluso che “i materiali sono compatibili con un’esecuzione successiva agli anni Venti, ma la datazione è da far risalire agli anni Sessanta”.

Altro giro altra corsa. Quella che porterà all’ultima speranza, quella definitiva: la Fondazione di Parigi. Anche se prima, però, ai Lo Rosso è stato consigliato un piccolo restauro da 10mila euro. Altre spese, per ottenere una verità in cui adesso non si può far a meno di credere. Mettendo tutto ciò che si ha sul tavolo in attesa di girare le carte.