L’affresco è conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli.

di Ilaria Riccelli.

Nelle stanze del MANN dedicate agli affreschi ritrovati negli scavi di Pompei, è conservato il cosiddetto ritratto di Paquio Proculo, uno dei dipinti murali più dibattuti e suggestivi della storia romana. Il murale racchiude in sé diverse storie, che raccontate insieme tracciano molte linee della vita nell’antica città. Se lo si osserva, innanzitutto, appare come un reale “a fresco”, perché è stato dipinto col fondo ancora umido, cosicché i colori potessero avere un effetto più vivo e realistico. Anche il luogo in cui è fu rivenuto, nelle ricerche archeologiche del 1868, racconta qualcosa del dipinto. Fu trovato originariamente all’interno della Casa di Pansa di Pompei, in una particolare ala della domus definita del tablinum.

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La stanza dove si trovava – che forse deriva da una idea etrusca – ospitava una grande sala, aperta come un’esedra sull‘atrium nella parete di fronte alla porta d’ingresso, ed era si solito riservata ai rapporti con l’esterno, luogo solito in cui il proprietario di casa riceveva i suoi clientes. Il tablinium nella Casa di Pansa si affacciava anche, con un meraviglioso effetto scenografico, sul peristilio, lasciando godere gli ospiti delle bellezze di quel suggestivo giardino, cinto dai portici e adornato da statue, affreschi e fontane. L’opera, che ritrae una coppia di borghesi pompeiani quasi certamente marito e moglie, era stata, dunque, collocata strategicamente in quella camera, affinché chiunque entrasse nella casa, dopo aver attraversato l’atrium, non potesse fare a meno di ammirare la coppia, che capeggiava e instancabilmente sorvegliava la casa, anche attraverso il dipinto.

La storia tutta dell’affresco ci conduce così ad intuire le sottili trame di cui era intessuta la vita sociale della città. A lungo dibattuta è la sua genesi, soprattutto ci si è chiesti chi fosse realmente in esso raffigurato. Nel corso degli anni, si sono avvicendate numerose e diverse ipotesi sull’argomento, la più risalente delle quali indicava gli sposi come “Paquio Proculo e sua moglie”. La motivazione di questa intuizione – da cui poi ha preso il nome il dipinto – risiede in una scritta trovata incisa sulle mura esterne dell’abitazione, riferita proprio al duumviro. Ricordiamo, però, che a Pompei si usava scrivere sui muri frasi di ogni genere, da sonetti d’amore a veri e propri manifesti di propagande elettorali, anche in virtù della fervente vita politica della cittadina. In realtà, proprio per questa usanza, che è stata poi confermata dai successivi ritrovamenti, si immagina che l’incisione sul muro dell’edificio fosse riferita alle imminenti elezioni alla magistratura cittadina, e che il vero protagonista del ritratto fosse, invece, il panettiere Terentius Neo, così come rivelerebbe invece un graffito rinvenuto all’interno della casa.

Il panettiere possedeva il suo pistrinum sulla via dell’Abbondanza. Il pistrinum era il forno, così come suggerisce l’etimologia della parola che deriva dal latino pistor, pinsere, ovvero ‘pestare’, ed era il luogo in cui “il grano, prima dell’invenzione delle macine, veniva pestato in tronchi incavati o in mortai” – così come recita il Vocabolario etimologico del Pianigiani. I due sposi immortalati nell’opera esposta al MANN, rappresentano quindi – se accettassimo la tesi che li identifica con un panettiere e sua moglie – la classe dei nuovi ricchi, i cd. parvenu. Questa ipotesi trova riscontro in una serie di particolari che si scoprono piano piano che si analizza il dipinto. L’uomo appare raffigurato con un abbigliamento che immediatamente lo caratterizza: veste con la toga, qualificandosi a gran voce, quindi, come un cittadino romano. Malgrado gli abiti indossati, tuttavia risulta evidente il contrasto coi tratti somatici marcate dei personaggi, da cui si desumono le origini sannitiche dei due. La discrasia in realtà farebbe collimare ogni tassello. Il raggiunto status sociale, probabilmente a seguito dell’affrancamento dalla povertà, ottenuta col duro lavoro al pistrinum, rendeva necessaria l’autocelebrazione ostentata del proprio successo, mediante ogni gesto, che lo rendesse finalmente pubblico e visibile all’esterno. Si susseguivano, infatti, tra i nuovi ricchi di Pompei, sia cene sfarzose che imponenti ritratti su commissione – proprio come questo – in cui il soggetto veniva rappresentato con la toga, mentre esibiva papiri e tavolette cerate, lasciando trapelare il malcelato tentativo di costruire le immagini di una vita aristocratica e dotta, finalmente raggiunta.

Prima dell’eruzione, Pompei era diventata il luogo in cui la nuova classe sociale aveva trovato ampio spazio per sé, molte domus, anche a seguito dei frequenti terremoti che avevano interessato la zona, erano infatti state vendute dall’aristocrazia ai nuovi ricchi. Inoltre, non erano stati pochi i casi in cui panettieri plebei erano riusciti ad arricchirsi. Il successo economico di questi commercianti si deve anche al rifornimento necessario alle legioni, durante le guerre che verso la fine del periodo repubblicano avevano attraversato da capo a piedi tutta la penisola. Anche l’aerea Vesuviana era diventata teatro dello scontro, intorno al 70 a.c. Così abbiamo traccia dell’incrementata ricchezza anche qui di nuove classi di ricchi, tra cui i panettieri e i panifici che fiorivano a Pompei, ne sono state ritrovate tracce di almeno una trentina.

Interessanti appaiono anche gli strumenti che l’archeologia ha riportato alla luce come i dolia, per esempio, che erano contenitori di terracotta di forma sferica, con altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri nel punto di massima espansione. Questi giganteschi vasi venivano impiegati in areee di produzione, come le fattorie, o di vendita, come le taverne, e anche per amplificare il suono sulla scena di un teatro, ad esempio, dove si volevano ottenere effetti acustici. Tuttavia ciò che di più straordinario è stato riportato alla vita, carbonizzato ma reso immortale dall’eruzione del 79 d.c., è il pane di Pompei. Antonio Stampone, tecnico del Laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei, ha ricostruito pezzo per pezzo il pane originario di Pompei : tondo e con gli spicchi ben delineati, molto somigliante al napoletano Danubio.