martedì, Dicembre 6, 2022
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«Cimmino si lamentava: in carcere mi passavano solo mille euro al mese»

L’asse Barcellona-Vomero-Marano    

Secondo quanto emerge dalla richiesta di 84 misure di custodia cautelare, prodotta nel 2009, nell’ambito di una inchiesta contro il clan Polverino, il capo della citata organizzazione malavitosa, Peppe ’o barone (Giuseppe Polverino, ndr), nel periodo in cui era latitante in Spagna, avrebbe dovuto incontrare anche il ras del Vomero, Luigi Cimmino (attualmente detenuto). A relazionare rispetto a questa circostanza, è stato il collaboratore di giustizia, Domenico Verde (prima di pentirsi, per molto tempo era stato affiliato ai Polverino). Nel corso di un interrogatorio del febbraio 2010, sollecitato dalle domande del pm, il pentito riferisce: «Non mi risulta che Giuseppe Polverino avesse lo stesso rapporto con Luigi Cimmino e non ricordo che i due si siano mai visti in passato, almeno fino a quando io ero a Napoli. Tuttavia ricordo che, poco prima dell’arresto di Antonio Caiazzo e Francesco Simeoli, avvenuto in Spagna (gennaio 2009), Polverino mi parlò di un incontro che sarebbe dovuto avvenire in Spagna a Comaruga (Barcellona) a casa di Giuseppe Polverino, tra quest’ultimo insieme a Caiazzo e Simeoli e Luigi Cimmino, che doveva venire dall’Italia». Secondo quanto rendiconta Verde, «a quell’incontro, che doveva avvenire dopo circa due giorni, dovevo partecipare anche io, ma purtroppo fui dirottato da Polverino a Malaga, per curare un traffico di hashish. Io sapevo benissimo quali erano i motivi dell’incontro e chi fece da tramite per far sapere a Cimmino che si doveva organizzare l’incontro in Spagna».

Il boss Giuseppe Polverino subito dopo la sua estradizione dalla Spagna

«I soggetti che fecero da tramite si chiamano Salvatore Cammarota e Sabatino Cerullo – fa mettere a verbale il pentito – entrambe persone molto vicine a Cimmino che avevano con lui una vecchia amicizia. Voglio precisare che si tratta di due affiliati al clan Polverino, i quali dovevano garantire l’incolumità di Cimmino che inizialmente non si fidava molto di Caiazzo, con il quale vi erano vecchie ruggini, temendo che questi potesse attirarlo in un tranello ed ucciderlo. Ovviamente la maggiore garanzia era costituita dal fatto che l’incontro si faceva alla presenza e a casa di Giuseppe Polverino, ovviamente oltre alle altre».

Verde fa emergere pure un’altra circostanza: «Ricordo perfettamente che in mia presenza Caiazzo e Simeoli, si lamentavano in Spagna con Peppe Polverino, dicendo che Cimmino era uscito dal carcere e stava “in paranoia”, nel senso che temeva di essere ucciso da Caiazzo, inoltre ricordo che Caiazzo riferiva a Polverino, di alcune lamentele da parte di Cimmino. (Si trattava di lamentele) legate al fatto che nonostante egli facesse parte del clan del Vomero, a lui era stato riservato un trattamento economico non adeguato, sia durante la carcerazione, quando gli venivano versati solo 1.000 euro al mese; sia ora che era uscito (libero, non detenuto, ndr), e veniva tenuto fuori sia dal traffico di cocaina che dalla gestione delle estorsioni. Le lamentele di Cimmino erano arrivate a Polverino tramite Cammarota e Cerullo, che a Napoli erano in buoni rapporti con Cimmino».

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