(nella foto Antonio Capasso)

di Luigi Nicolosi.

Una “soffiata” che ha messo a repentaglio l’intera inchiesta, un poliziotto iscritto nel registro degli indagati e il disperato tentativo di mettere in sicurezza il celebre locale di via Posillipo da eventuali sequestri. Sono questi i tre ingredienti inediti che vanno ad aggiungersi a una storia dai contorni torbidi e che, giorno dopo giorno, si tinge sempre più di giallo.

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È un retroscena tanto clamoroso quanto inquietante, quello che emerge dall’approfondita lettura dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che tre giorni fa ha portato, con l’esecuzione di 24 arresti, alla disarticolazione dell’organizzazione di broker della droga che, con i loro traffici, avrebbero letteralmente invaso di cocaina i “salotti buoni” e le piazze di spaccio di mezza Napoli. Nella vicenda – e questo è l’aspetto inedito – sarebbe coinvolto persino un investigatore assai vicino al nucleo dell’inchiesta. Una talpa che, stando a quanto riportato nel provvedimento firmato dal gip Egle Pilla, si sarebbe presa la briga di informare il giovane imprenditore Antonio Capasso, titolare della trattoria “Tufò” e figlio del narcos Ciro, in merito agli accertamenti in corso a suo carico.

Con la doverosa premessa che tutte persone citate nel documento vanno considerate innocenti almeno fino a prova contraria, ecco cosa è accaduto la notte del 17 luglio del 2018, a pochi mesi di distanza dal viaggio che Capasso jr avrebbe compiuto da  Napoli ad Amsterdam per definire l’acquisto di un importante quantitativo di cocaina: «All’interno dell’abitazione di Antonio Capasso veniva intercettata una conversazione tra presenti, nel corso della quale Capasso comunica a Vittorio Lauro di aver saputo da un poliziotto amico di famiglia che lavorava in Procura (poi identificato e per il quale la magistratura ha proceduto separatamente, ndr) dell’esistenza di un’attività investigativa nei suoi confronti».

Il giovane imprenditore non appare però turbato da quella notizia, anzi ne parla apertamente con il suo interlocutore. Capasso junior ha però un cruccio. Evitare il sequestro del locale di via Posillipo. Gli investigatori della guardia di finanza sono in ascolto e registrano così ogni passaggio di quel dialogo: «Il ristorante lo devo… nel senso che per salvarlo… se non lo attaccano con me… perché probabilmente ha detto l’avvocato… non lo attaccano… perché quello che hai… sei pure giustificato… quindi là è tutto regolare… però è sempre… per uscirne totalmente lo dovrei vendere… cioè, lo devi dimostrare a uno che l’ha comprato… uno che ti ha dato i soldi veramente… cioè tu non devi stare più là dentro». Antonio Capasso sembra avere comunque le idee piuttosto chiare: «Prevenire è meglio che curare… almeno salvo il salvabile, no? Mi voglio pure fare arrestare… però non devo perdere nulla… è regolare che faccio… investo altri soldi? Perché io al ristorante sto lavorando… che fa, caccio 100-150mila euro, dopo glieli do a loro… se tu non hai tempo… che ne so che tu hai tre anni di tempo davanti».

Che la trattoria-gourmet di via Posillipo fosse in breve tempo diventata il punto di riferimento per compiere una serie di strani “movimenti” lo si evince anche da un altro passaggio dell’ordinanza. Il 24 luglio le forze dell’ordine arrestano in flagranza di reato Carmine Pandolfi, uno degli esponenti di punta del cartello di base tra Posillipo e Casoria. Secondo gli inquirenti della Dda, già quel giorno Antonio Capasso «si preoccupava dell’assistenza legale di costui e intratteneva alcuni incontri con i suoi familiari, nel corso dei quali gli cedeva del denaro».

La situazione è però assai tesa e già il giorno dopo Patrizia Grande, consorte di Pandolfi, contatta Antonella Imperatore, all’epoca compagna di Ciro Capasso, alla quale riferiva di aver avuto un colloquio con Mariano Ceci (anch’egli arrestato pochi giorni fa), al quale aveva chiesto di incontrare Antonio Capasso per discutere di alcune problematiche sorte a seguito dell’arresto del marito: «Poi aspettatemi a casa che vengo io e Antonio… io ti aspetto, gli ho detto… perché se Antonio non viene a casa questa sera… vado fuori a Posillipo stasera… vado io da lui». La donna era infatti sicura che il marito fosse finito in manette a causa di una persona ben precisa: «Tu lo sai bene che mio marito è andato carcerato per tuo padre, perciò fai il dovere tuo e fai il bravo… gli devo dire». Capasso jr, a suo dire, avrebbe insomma dovuto porre rimedio a quella prima raffica di arresti. L’impero costruito dai nuovi narcos iniziava a scricchiolare.

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