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Si può dire che la politica oggi viva quasi ed esclusivamente di paradossi. Ed uno, non grande, di più, lo vive oggi a Napoli il Partito democratico. Lo stesso che a livello nazionale invocava i lanciafiamme renziani, il partito dei “quarantenni”, quello dei “via gli uomini delle tessere”.

Il partito che a Napoli, da una settimana, ha deciso di non muovere un dito su una vicenda che controversa è dire poco.

Il Pd napoletano ha infatti deciso di seguire la linea del silenzio sul neocapogruppo in Consiglio comunale, Aniello Esposito, che ha da qualche giorno patteggiato una condanna a sei mesi per la vicenda delle candidature “fantasma”, nelle liste dell’allora candidata sindaco democrat, Valeria Valente. Oggi vicecapogruppo al Senato.
Un tempo vigevano delle regole, seppur di facciata, come la buona usanza di auto-sospendersi dal partito e magari di dimettersi da capogruppo, con una condanna sulle spalle. Oggi, invece, il Pd a Napoli decide di lasciare al proprio posto un capogruppo che ha patteggiato una condanna a sei mesi, dopo aver chiesto ad un giovane democrat, Federico Arienzo, uno dei pochi giovani spendibili nel Partito democratico in città, di farsi da parte.

Arienzo fino ad un mese e mezzo fa ha ricoperto il ruolo
di capogruppo nel Pd in assemblea cittadina, prima di arrivare
alla decisione dolorosa di rassegnare le dimissioni.

Perché? Arienzo è stato lasciato solo, isolato dalla segreteria provinciale, in nome di un disegno ben preciso. Quello di fargli succedere Aniello Esposito, detto “Bobò”. Chiariamo bene che non c’è nulla di personale contro il consigliere di San Giovanni a Teduccio, ma al tempo stesso crediamo sia normale invitare il Pd ad un ragionamento interno. Ad ogni modo, la realtà, oggi racconta come Bobò è e rimarrà capogruppo del Pd in Comune e Arienzo un semplice consigliere. Evidentemente la politica dei lanciafiamme è andata a scontrarsi con la realtà.

Tutto questo a pochi giorni dalla decisione del giudice
per le udienze preliminari, Chiara Bardi, che ha portato all’epilogo della vicenda delle firme false per le candidature “fantasma”.

Come già scritto, l’attuale capogruppo Pd al Comune, Esposito, ha deciso di patteggiare a sei mesi la condanna, per non incorrere nella Severino, così come Antonio Borriello, ex conigliere democrat. Gennaro Mola, compagno di Valeria Valente e coordinatore della campagna elettorale, ha, invece, patteggiato un anno. Renato Vardaro, dirigente del Partito democratico ha scelto invece il processo con rito abbreviato ed è stato condannato a dieci mesi.

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