di Giancarlo Tommasone

Manca una manciata di giorni alle Politiche e allora gli schieramenti mettono in campo tutte le forze per raggiungere l’obiettivo. Si muove anche il Partito Democratico che vede entrare in scena in maniera più massiccia chi dà appoggio ai candidati, aiutandoli nella campagna elettorale. Uno di questi è sicuramente Michel Di Prisco, che stando a come si muove sui social e all’attività di ‘spamming’ rilevata, sta dando una mano, in particolare, a Giovanni Palladino. Quest’ultimo, deputato uscente, è ritornato nel Pd, dopo aver aderito, nel 2012, a Scelta Civica di Monti.
Un sostegno, quello di Di Prisco, che si concretizza anche attraverso attività di condivisione, sempre sul profilo di Fb, di post e foto che immortalano Palladino immerso nelle fasi più calde della campagna elettorale.

Giovanni Palladino

Di Prisco rientra in campo e riappare con forza dopo il caos tessere scoppiato per le primarie del Pd nel 2011. Sia bene chiaro – va sottolineato – per la vicenda, su cui fu aperta una inchiesta della magistratura, non fu mai indagato. L’indagine si arenò e portò a un nulla di fatto. Tra le ipotesi dell’accusa quelle che «le preferenze per le primarie, nel seggio di Miano, si vendevano 10 euro l’una».

Pierluigi Bersani

Miano, come si sa rappresenta una delle roccaforti storiche del clan Lo Russo. Anche il candidato da ‘portare’, secondo gli inquirenti, sarebbe stato scelto dai vertici dei Capitoni. Alla fine però non servì a nulla, perché l’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani, azzererà tutto, di fatto annullando le consultazioni.
Gli investigatori monitorarono i movimenti degli entourage dei candidati e degli appartenenti alle cosche di Secondigliano. Lo scenario era torbido, avvelenato. E lo ammise esplicitamente uno dei galoppini reclutati per rastrellare consensi. A Miano «hanno preso il tabacco». Son girati soldi. Ma finché si tratta di una competizione interna a un movimento politico evidentemente non si configurano reati, finanche se c’è lo zampino della criminalità organizzata. Almeno questo è quello che decisero i magistrati archiviando il procedimento.