di Giancarlo Tommasone

La storia di Luigi Leonardi è quella di un imprenditore di successo segnato dalle ferite infertegli dai clan della camorra. E’ soprattutto quella di un uomo che ha vissuto l’attacco ferino dei malavitosi sulla sua pelle e ad un certo punto, dopo aver denunciato i suoi aguzzini, si è ritrovato a essere messaggero della legalità, in giro per l’Italia, testimone della lotta al sopruso e alla prevaricazione.
Partiamo dal suo rapporto con il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. In che occasione lo ha incontrato per la prima volta?
Poco dopo che la mia storia fu resa pubblica, tramite un servizio de «Le iene». Inviai una e-mail al primo cittadino, in cui gli accennai la mia vicenda e lui mi invitò a Palazzo San Giacomo. Fu nei primi mesi del 2016. Partecipammo poi insieme a un evento dal titolo «Testimoni di vita», che ebbe luogo all’interno del comitato elettorale di deMa in Via Santa Brigida. In tale occasione toccammo dei punti in comune, io raccontai la mia esperienza, lui la sua; entrambi avevamo avuto ostacoli a svolgere il nostro lavoro. E già in quella occasione mi disse che ci sarebbe stata la possibilità di una collaborazione futura.

Luigi Leonardi e Luigi de Magistris

L’idea si concretizzò?
No. Tranne che per il fatto che mi chiese degli spunti per il suo programma politico. Io ne produssi tre o quattro, che lui effettivamente inserì. Alla fine venne eletto di nuovo sindaco e per un po’ ci perdemmo di vista.
E poi, quando vi rivedeste?
A luglio del 2016, in occasione dell’anniversario della strage di Via D’Amelio. Quella sera fui invitato a cena dal sindaco, che mi rinnovò l’invito a fare insieme qualcosa di forte per la legalità a Napoli. Io, aiutato da personalità impegnate nella lotta alla criminalità, scrissi un programma e glielo inviai. Passarono circa sei mesi, dopodiché, dopo aver inviato un’altra e-mail a de Magistris, fui ricevuto in Comune. Con me recavo una copia del programma. Il sindaco la prese, dicendo che avrebbe studiato lo scritto. Passarono circa 10 giorni e appresi dagli organi di stampa che a Napoli era stato creato un osservatorio sulla legalità. Qui si interruppe il mio rapporto con il sindaco. A ben guardare, era durato giusto il tempo delle campagna elettorale.

Luigi Leonardi insieme a Ciro Scarciello davanti alla salumeria costretta a chiudere l’anno scorso

Nessuno l’aveva avvertito circa l’osservatorio? Ebbe modo di confrontarsi con i componenti del cosiddetto «Comitato dei saggi»?
Nessuno mi avvertì, ma non è questo il problema. Non discuto della professionalità e del profilo di chi fu chiamato a prendere parte a quel progetto. Il punto è che nulla è stato prodotto da tale organismo. Più volte parlando con uno dei componenti, Susy Cimminiello (sorella di Gianluca – il tatuatore ucciso dalla camorra – e da aprile scorso assessore alle Politiche sociali in II Municipalità, ndr), le ho detto: ma se non state svolgendo attività, perché non vi dimettete?
E la risposta?
L’osservatorio, che io sappia, dovrebbe essere ancora attivo. Non mi capacito come si possa e si voglia combattere la camorra a Napoli con un comitato del genere. E’ come cercare di contrastare un cancro con l’aspirina.

Luigi Leonardi e il salumiere Ciro Scarciello

Un’altra storia che proprio non è riuscito a mandar giù è quella relativa alla serrata a cui è stato costretto il salumiere Ciro Scarciello.
Non mi è piaciuta per niente. Non solo per il fatto che il sindaco di Napoli e Roberto Saviano abbiano strumentalizzato quella vicenda, ma pure perché non ho gradito quanto dichiarato da Felice Balsamo (stretto collaboratore di de Magistris, ndr). Quest’ultimo ha fatto intendere che Ciro avrebbe abbassato definitivamente la serranda, non perché la gente ormai non entrava più nel suo negozio per paura di ritorsioni da parte dei malavitosi (Scarciello aveva denunciato pubblicamente, davanti alle telecamere di «Chi l’ha visto», l’attività dei clan alla Duchesca, ndr), ma perché già aveva deciso di andare via da tempo. E ciò, oltre a essere cosa lontana dalla realtà, non fa per niente bene alla lotta alla criminalità.

Lo staffista del sindaco, Felice Balsamo

A Napoli, dunque, secondo lei, il Comune, in materia di lotta all’illegalità non farebbe il massimo?
Che vuole che le dica, si parla tanto di Napoli invasa dai turisti, ma il sindaco si è reso conto che i visitatori stranieri non sanno più come proteggersi e camminano impauriti per strada? Io mi trovo spesso a spostarmi in altre città d’Italia. Sa cosa pensano dei napoletani? Che siamo camorristi. Che viviamo a «Gomorra», altro che meta del turismo internazionale. A proposito della fiction, dopo tanto parlare, non mi sembra che a Napoli siano state vietate le riprese della serie. Viviamo in un posto in cui si tollerano i parcheggiatori abusivi, le occupazioni illegali di spazi pubblici, la vendita di prodotti contraffatti. La lotta all’illegalità va fatta con coraggio, con forza, prendendo una posizione netta. Questo, un ex magistrato, lo dovrebbe sapere bene.