di Giancarlo Tommasone

Stylo24 ha impiegato un po’ di settimane a recuperare una versione e-book del libro di Karim Franceschi, «Il combattente», che era stato richiamato a testimonianza dell’impegno di Insurgencia e del suo sedicente leader, Egidio Giordano, dopo il nostro precedente articolo, pubblicato lo scorso 7 gennaio.

In quell’occasione Insurgencia e lo stesso Franceschi
avevano difeso Giordano, affermando che i centri
sociali napoletani avevano preso parte alla lotta delle forze
del bene contro il Califfato.

Il tema è tornato di attualità con l’uccisione da parte delle milizie dell’Isis di Lorenzo Orsetti, anarchico, detto Orso, nome di battaglia Tekoser. Il 33enne fiorentino è morto a pochi giorni dalla caduta dell’ultima roccaforte dell’Is a Baghuz, avvenuta in seguito all’offensiva vincente portata a termine dall’armata curda. Ma tornando al sedicente impegno del laboratorio occupato di Via Vecchia San Rocco, nella nota diffusa dai compagni, in risposta al nostro articolo (7 gennaio), fu incluso – scrivevamo – anche l’intervento di Franceschi.

Quest’ultimo tenne a sottolineare come Giordano e Insurgencia avessero dato inizio, raggiungendo il confine turco-siriano, a una serie di non meglio specificate staffette di solidarietà.

Ebbene, quando si pensa alle staffette (e naturalmente pure a quelle di solidarietà, termine quest’ultimo che sta a significare reciproco sostegno) ci vengono in mente immediatamente quelle partigiane.

E allora, questa volta, per documentarci, seguendo il consiglio dei compagni di Insurgencia, abbiamo utilizzato Google.

Digitando la parola staffetta, ci siamo imbattuti sul sito più autorevole nel descrivere il termine, vale a dire Anpi.it, il portale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. «La staffetta è il partigiano che cura i collegamenti tra le varie formazioni impegnate nella lotta armata, permettendo la trasmissione di ordini, direttive, informazioni, e il conferimento di beni alimentari, medicine, armi, munizioni, stampa clandestina», è scritto sul sito.
Per completezza di informazione, da parte del nostro giornale, andiamo adesso a vedere, come ha inserito Karim Franceschi nel suo libro, «Il combattente», Egidio Giordano e i centri sociali napoletani relativamente alla contrapposizione all’Isis.

Si citano a pagina 71, nel passaggio in cui si descrive il ritorno alla base, di Franceschi, dopo il periodo passato al fronte. Riportiamo il virgolettato: «Con grande sorpresa ho trovato lì (alla base, con Kobane già ampiamente liberata del Daesh, e non in trincea, non a ricoprire incarichi di staffetta in zona di guerra, non in una situazione evidente di rischio e pericolo per la propria incolumità, quella di Giordano, ndr) un mio caro amico italiano: il compagno Egidio, dei centri sociali di Napoli». Che cosa dice Giordano a Franceschi, secondo quanto il combattente riporta nel suo libro? «Guagliò, amma turnà a casa».

I compagni di Insurgencia e Mezzo Cannone,
insieme ad altri attivisti dei centri sociali italiani, compaiono
pure nei ringraziamenti del libro, «per aver ‘costruito’ il mio ritorno in patria», scrive Franceschi.

Non chiediamo a Giordano e ai compagni di Insurgencia, di immolarsi per la causa e di agire come ha fatto, sacrificandosi da partigiano della libertà, Lorenzo Orsetti, per noi di Stylo24, e lo diciamo da giornalisti, ma prima di tutto da uomini, un esempio luminoso di coerenza con i propri ideali.

Non chiediamo ai sedicenti antagonisti napoletani di ripercorrere le orme di Karim Franceschi e degli altri combattenti come lui, dei quali – ribadiamo – abbiamo la massima considerazione e il massimo rispetto per la scelta di vita intrapresa per difendere un valore altissimo.

Ma ci domandiamo come un centro sociale che cerca
di accreditarsi come parte integrante della lotta all’Isis, possa ridursi a chiedere un «posticino» a Palazzo San Giacomo. 

Non chiediamo alcunché ai compagni di Insurgencia, ma almeno, risparmino alla piazza foto come quelle della gita in gommone, del trenino col sindaco, delle ostriche e champagne, e ultima della serie, lo scatto che li immortala mentre mangerebbero sushi. Cibo «modaiolo» che fa tanto radical chic e che sicuramente non è un tipo di pietanza che i liberatori di Kobane possono aver provato durante gli anni di assedio.