La pizzeria Pizza e Pummarola di Via Tribunali

di Giancarlo Tommasone

Le mani sulla zona di San Gaetano e sul Rione Sanità, in questo secondo caso, dando appoggio ai Sequino, ridimensionati dall’operazione dello scorso febbraio (una trentina di arresti). Emerge anche questo dal decreto di fermo eseguito nei confronti di tre persone considerate legate al clan Mazzarella. Si tratta di Pietro Perez (39 anni) anche detto Pierpaolo, Antonio Iodice (20) e Marco De Martino (18).

Sono finiti in carcere con l’ipotesi di reato di associazione, estorsione e armi.

Il pizzo, hanno ricostruito gli inquirenti, grazie alla denuncia di una delle vittime, era stato chiesto al titolare dell’attività «Pizza e pummarola», ed aveva provocato la reazione del gruppuscolo malavitoso, quando dette richieste erano state accolte solo in parte.

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Prima le pistolettate contro la porta in ferro del locale, poi gli spari all’indirizzo dell’abitazione della famiglia che gestiva la pizzeria, infine un vero e proprio attentato dinamitardo con il lancio della bomba-carta in Via dei Tribunali, che lo scorso 16 gennaio, solo per un errore, esplode davanti alla pizzeria Sorbillo. Il vero obiettivo era ancora una volta la famiglia che gestisce «Pizza e pummarola»; il nucleo, infatti, abita proprio nello stabile in cui si trova la pizzeria di Gino Sorbillo.

La banda che approfittava ulteriormente del vuoto lasciato dal clan Sibillo, dopo la retata dello scorso marzo, secondo gli inquirenti, era capeggiata da Perez, spalleggiato da Iodice e da De Martino.

L’obiettivo era quello di dettare legge nella zona di San Gaetano, muovendosi sotto le «insegne» dei Mazzarella e piegando al pagamento del pizzo molti commercianti. Lo spaccato che emerge è quello di criminali «straccioni» che non esitano a consumare pizze a sbafo, e che escono allo scoperto solo quando sono sicuri che i nemici non possano tendergli un agguato.

Leggendo il decreto di fermo ci si rende conto come sarebbe facile, smantellare questi gruppuscoli che si nutrono della paura delle proprie vittime, e i cui componenti quasi sempre mostrano una doppia faccia (come secondo gli inquirenti avviene per Perez, che si finge mediatore e «amico» della vittima, e nel frattempo sarebbe l’ispiratore della richiesta del pizzo).

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Ma le forze dell’ordine, seguendo il filone di indagine relativo agli episodi estorsivi, sono riusciti anche a «tradurre» le ultime stese che si sono verificate la scorsa settimana a Napoli. In un notte ne sono state portate a termine ben cinque. Teatro delle sparatorie soprattutto il Rione Sanità, dove si registra l’ennesimo scontro tra i Mauro e i Sequino. Quest’ultima compagine, nel frangente, secondo gli inquirenti, avrebbe trovato il sostegno proprio dei Mazzarella, attraverso Perez e Iodice.

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Relativamente al 20enne, in particolare, stando a quanto viene riportato nel decreto di fermo, «è fondato ritenere che Antonio Iodice, forte del vincolo che lo lega a Perez e, quindi, al clan Mazzarella, abbia partecipato ad alcuni atti dimostrativi (leggi stese) realizzati» alla Sanità, «quartiere nel quale vorrebbe, evidentemente, acquisire influenza criminale assoggettandolo al suo controllo».

C’è poi da rilevare che sempre Iodice, lo scorso 23 luglio, sarebbe stato oggetto, per sua stessa ammissione, di un attentato.

Fermato in Corso Garibaldi, intorno alle 3.00, il 20enne, «visibilmente scosso ed agitato, confermando le esplosioni udite poco prima dal personale della polizia di Stato, riferiva che mentre era a bordo del motoveicolo con (un suo amico), percorrendo Corso Garibaldi, veniva raggiunto da una Fiat 500 di colore bianco, il cui passeggero gli esplodeva contro alcuni colpi di arma da fuoco; lodice aggiungeva di aver trascorso la serata in zona Sanità e manifestava una evidente inquietudine ed una ferma volontà di ritornare subito a casa sicché sollecitava gli operanti a terminare in fretta il controllo».

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Dopo l’attentato, si accelera per la cattura degli indagati. Si teme infatti che possano rendersi irreperibili (potendo contare sull’appoggio dei Mazzarella, anche in virtù dei legami con Salvatore Barile, considerato elemento apicale della cosca) sia per la paura di attentati nei loro confronti (da parte dei gruppi rivali), sia per il timore di essere arrestati dalle forze dell’ordine per la questione delle estorsioni al titolare di «Pizza e pummarola».