di Giancarlo Tommasone

La «guerra delle farine» si combatte massivamente anche sul fronte della comunicazione. Punto strategico da difendere o conquistare se si vuole ottenere visibilità. Dopo l’inchiesta di Stylo24, sono state diverse le segnalazioni arrivate al nostro giornale. Soprattutto da parte di quei pizzaioli che abbiamo inserito nella categoria degli Eterodossi. Che comprende coloro che non si attengono al Disciplinare e utilizzano farina integrale o semi-integrale.

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È la fazione che resta ai margini del circuito delle recensioni e degli eventi del finger food e che per tale motivo «sente di essere maggiormente penalizzata», come ribadisce un pizzaiolo napoletano che si è rivolto alla nostra redazione. «Molto spesso, in rete mi sono imbattuto in blogger anche molto seguiti, che pubblicano, nella maggior parte dei casi, recensioni relative a pizzerie che usano farina ultra raffinata. Li ho invitati a passare dal mio locale per “saggiare” la pizza che preparo con quella integrale, ma in molti casi, mi sono sentito dire che potevo avere una recensione favorevole semplicemente pagando», racconta il pizzaiolo eterodosso.

E i prezzi? «Dai 50 agli 80 euro, ma puoi sperare pure che in tal modo oltre al web si finisca su qualche rivista specializzata», risponde. E quante volte ha pagato per avere una recensione? «In diverse occasioni; mi rendo conto che non è proprio il massimo della trasparenza, ma è l’unico modo di farsi notare per chi fa determinate scelte, siano esse anche di qualità».

Quindi ricapitoliamo: laddove non si arriva a entrare nel circuito mainstream assicurato dall’utilizzo delle farine ultra raffinate
e di alcuni marchi dell’agroalimentare, ci si deve organizzare
e pagare per avere un minimo di visibilità.

Tutto ciò origina due derive: valutazioni assolutamente falsate; sottobosco di blogger, food influencer, sedicenti critici e «giornalisti del gusto», gente che dietro la corresponsione di una parcella scrive la recensione più bella del mondo (al di là dell’effettiva qualità della prodotto).

Chiediamo al pizzaiolo che ci ha segnalato l’esistenza di questa realtà, se gli è pure capitato di essere stato recensito in maniera negativa perché magari non ha accettato
la proposta «editoriale».

«Questo no – risponde -, personalmente non mi è mai capitato. Però so di chi, anche investendo molto, ha arruolato un ‘mini esercito’ di persone che lavorano nel campo della comunicazione legata all’agroalimentare, per far scrivere recensioni negative contro i concorrenti».

Addirittura, e capita anche a Napoli? «Mi sa, che per quanto riguarda le pizzerie, questa cosa è stata sperimentata proprio dalle nostre parti. Ed è pure alquanto economicamente dispendiosa», conclude. La storia si fa sempre più ricca di particolari e di colpi di scena. E’ mai possibile che dietro una margherita, una marinara o una 4 stagioni, ci sia una «guerra» di tali proporzioni? Da quanto siamo riusciti a ricostruire, effettivamente sì. E ciò si ripercuote perfino sull’organico degli «ispettori» che lavorano per riviste (specializzate e universalmente riconosciute) che operano nel settore del food.

E’ capitato pure che, per far fronte al conflitto di interessi innescato dall’inviato che magari sceglieva di andare a recensire
(naturalmente in maniera più che favorevole) lo stesso locale per il quale forniva servizio di ufficio stampa, la rivista in questione ha dovuto effettuare dei tagli e tenere soltanto i «corrispondenti» più «onesti».

Il ridimensionamento, però, innesca un altro meccanismo. Siccome c’è penuria di ispettori, in molti casi, ci si deve accontentare di rimaneggiare schede di valutazione redatte anni prima. Ciò lascia scontenti un po’ tutti, ma in modo particolare i pizzaioli, perché magari hanno apportato novità alla propria produzione, ma quanto riportato nelle schede racconta una situazione per niente attuale.

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