di Giancarlo Tommasone

Nell’ambiente lo chiamano Totore ‘o malommo, ma non è proprio un ambiente malavitoso quello che bazzica, è piuttosto un circolo molto ristretto: il circolo dei pescatori di frodo. Si avvia verso la sessantina, Totore, originario di San Giovanni a Teduccio, e fin da ragazzo si è specializzato nell’estrazione dei datteri di mare. Ma pure nella pesca con i botti.

«Adesso però, dalle nostre parti,
la pesca con le bombe non la fa più nessuno. Saranno più di vent’anni. Era diventata troppo pericolosa, soprattutto per via delle guardie», si confida

«C’è chi si è comprato le case, negli anni ’80, rifornendo i migliori ristoranti di Napoli e provincia. Erano altri tempi, le regole erano meno ferree e ci potevamo muovere meglio», continua. «Ora personalmente non faccio quasi più niente, perché ho già dato con i verbali (le multe, ndr) e la giustizia e non vorrei inguaiarmi un’altra volta a causa di un chilo di jolly», racconta.

Nel gergo dei pescatori di frodo i datteri
di mare vengono chiamati jolly

Jolly? Di cosa si tratta? «E’ così che in gergo chiamiamo i datteri», ci spiega. «A parte il fatto che se ne trovano sempre di meno, sono solo rischi. E poi si deve pure pensare che oggi il pescatore deve farsi pagare un chilo di datteri minimo 100 euro e ci sono sempre meno persone disposte a comprare». Totore dice di essersi ritirato, anche se ogni tanto torna a fare qualche puntata. Tra gli altri componenti del suo circolo ci sono invece quelli che continuano a praticare, con una certa frequenza, la pesca di jolly.

Il «territorio di caccia»: da Miseno alla costiera sorrentina

«Io ho cominciato collegando il boccaglio con l’ossigeno al compressore montato sulla barca. Ero un ragazzo all’epoca. Diciamo che, ufficialmente, facevamo pure le cozze, ma la maggior parte del guadagno stava nell’estrarre i datteri. Usavo scalpello e martello e stavo in acqua per ore». Le zone preferite battute dal pescatore di frodo erano quelle della costiera sorrentina, ma non disdegnava Nisida, Miseno, la costa puteolana. «Ogni tratto di costa – dice – in cui una montagna cala direttamente nell’acqua, è ipoteticamente un posto per fare i datteri». Oggi è cambiato anche il modo di approcciarsi al «lavoro, e sono cambiati anche gli attrezzi del mestiere. Ora si utilizzano pure mini-martelli pneumatici per uso subacqueo».

Un chilo di datteri di mare ultimamente
arriva a costare cento euro

E a chi si rivendono, poi, i datteri? «Soprattutto ai ristoratori, ma anche in questo caso, sono sempre meno quelli che sono disposti a correre il rischio. Stessa cosa dicasi per i titolari di pescherie. E allora si lavora quasi esclusivamente con i privati. Un giro di clienti affezionati che ogni tanto si fanno passare lo sfizio». E per la pesca dei ricci? «Io personalmente non l’ho mai praticata. So che adesso ci sono dei divieti. Certo non si deve esagerare, ma una cosa è rompere le rocce per procurarsi i datteri, un’altra è prendere qualche chilo di ricci. Però, alla fine, la mia opinione conta poco», conclude Totore, perché «io sono, anzi mi correggo, ero un pescatore di frodo». Forse.