Nella foto l'arrestato Pasquale Amato, e la pescheria di cui è titolare

L’organizzazione capeggiata dal pescivendolo Pasquale Amato accusata di aver devastato la scogliera del Molosiglio e di almeno 78 estrazioni di datteri di mare: «Dopo scendili di nuovo, che mi hanno portato dei verbali»

di Luigi Nicolosi

C’è il volto di uno dei più noti volti del commercio secondiglianese dietro l’irreversibile devastazione delle scogliere antemurali del Porto di Napoli. Il Molo San Vincenzo e il Molo San Giovanni erano diventati il territorio di caccia del 56enne Pasquale Amato, alias “’o palumbaro”, titolare dell’omonima pescheria di via del Cassano e – così lo definiscono gli inquirenti – «autentico dominus del mercato nero del dattero di mare». Il pescivendolo arrestato ieri mattina insieme ad altri dodici persone, tra cui numerosi familiari, compresi cugino e nipote, sarebbe stato per anni e anni il «coordinatore delle attività del sodalizio criminale sul territorio del comune di Napoli e di quelli limitrofi, cioè Quarto, Villa Literno, Volla, Castel Volturno, Sant’Antimo, Pozzuoli, Giugliano e Bacoli. Una figura tentacolare, quella di Amato, che prima di finire a Poggioreale è stato in grado di gestire un business illecito i cui danni rischiano di essere adesso incalcolabile. Le indagini sono arrivate alla svolta grazie a una fittissima attività di intercettazione telefonica effettuata a cavallo tra il 2019 e l’inizio del 2020. Sette mesi di registrazioni che hanno consentito di svelare il coinvolgimento nel business anche di alcuni insospettabili, vedi forze dell’ordine, e di alcuni capizona secondiglianesi in odore di camorra. Sono infatti almeno 78 le transazioni illecite che la guardia di finanza ha registrato nel corso dell’inchiesta, per un totale di oltre due quintali di mollusco bivalve venduti sottobanco.

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L’indagine ha preso piede dopo una serie di sequestri eseguiti dal novembre 2015 a carico dei componenti della famiglia Amato, già nota alle forze di polizia dai primi anni Duemila per l’attività di estrazione illecita del mollusco Lithophaga Lithophaga e per la successiva commercializzazione. A mettere “’o palumbaro” all’angolo ci ha dunque pensato la sfilza di intercettazioni raccolte a suo carico dalla finanza. Il 31 luglio del 2019 arriva il primo indizio. Il 56enne conversa al telefono con il fidato nipote Vincenzo Amato e lo avverte: «Scendi subito e togli i datteri dalla vasca, subito, che tengo la finanza a casa mia… hai capito?». Terminato il controllo, “’o palumbaro” richiama quindi il nipote per avvertirlo dello scampato pericolo: «Posali di nuovo… dove li hai messi i cosi? Dopo scendili, perché mi hanno portato dei verbali». Sono le battute iniziali di un’indagine che di lì a breve riserverà molti altri colpi di scena.

In seguito è stato accertato che Pasquale Amato si interessa che il rifornimento sia costante e che le attività di pesca siano puntuali. In occasione delle prove di immersione effettuate dal genero, Giovanni Davide, alias “Gianni”, affidato alle cure dei cugini Pasquale Amato (1965) e e Vincenzo Amato (1970), che stanno insegnando al ragazzo come prelevare illegittimamente i prodotti del mare, chiede a Vincenzo se abbiano catturato datteri. È il 5 agosto 2019 e “’o palumbaro” domanda: «Hai lavorato? Ma perché non fai i datteri? Lavora, madonna mia, ma che è…». Gli inquirenti non hanno dubbi: «Emerge chiaramente dalla lettura della conversazione come Pasquale Amato impartisca anche direttive in ordine alle attività di pesca da compiersi nelle acque antistanti il Porto di Napoli. Il cugino Vincenzo Amato non si è dedicato a prelevare datteri, ma solo tartufi, perché Pasquale nella giornata precedente non gli aveva impartito in tal senso precise direttive».

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