Lo scrittore racconta il suo ultimo lavoro. Protagonista un avvocato affermato ma in cerca di se stesso.

di Germano Del Re

Un avvocato affermato ma in cerca di se stesso e un caso impossibile da ribaltare in una Milano glaciale e ricca di vizi. Lorenzo Ligas è un penalista di successo ed è il protagonista di «Perdenti» del giornalista Gianluca Ferraris, genovese di nascita ma milanese di adozione, che dà il via al suo nuovo ciclo di gialli dopo quello basato sulle storie del giornalista Gabriele Sarfatti.

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La strada verso la luce o il buio per l’avvocato passa dal salvataggio di una ex stella della televisione italiana cocainomane, accusato di omicidio perché ultimo a vedere la vittima. Una condanna già scritta per gli inquirenti, non per Lorenzo Ligas che nello smontare l’accusa cercherà di ritrovarsi come professionista, ma soprattutto come l’uomo che è stato.

A parlarci dell’avvocato è suo «padre», Gianluca Ferraris, giornalista con una lunga esperienza editoriale, con il quale ci siamo soffermati sull’importanza di Milano, capitale dell’Italia che produce ma città piena di insidie e pericoli.

Come nasce il nuovo ciclo di storie e cosa vuole trasmettere al lettore?

«Ci ho messo del tempo per trovare il nuovo personaggio. Se il primo, Gabriele Sarfatti, è molto vicino alla mia visione da giornalista, quello dell’avvocato è una sfida perché è totalmente diverso da me. Quando scrivi un giallo hai poche scelte per il protagonista e l’avvocato è libero di muoversi come un investigatore. Nei panni di poliziotto o medico legale sarebbe stata dura, mentre l’avvocato segue allo stesso modo i meccanismi del giallo ed è autonomo. Il legale Ligas è un avvocato che nel libro, dopo essersi realizzato e fatto conoscere, vive una fase buia della sua vita e per rialzarsi deve affrontare questo caso impossibile. Da lì inizia un percorso per ritrovare l’uomo e il professionista».

«Perdenti» si presenta con il suo nuovo protagonista tutto da scoprire, ma c’è qualche sfumatura in comune con il protagonista della sua precedente trilogia, il giornalista Gabriele Sarfatti?

«Il libro si chiama «Perdenti» perché si rivolge a più personaggi e sono più storie interessanti. Sicuramente un punto in comune tra Ligas e Sarfatti è il vizio, con il primo che ama bere e il secondo che fa abuso di droga. Vizi che si legano a Milano e infatti nel libro, uno dei miei personaggi dirà che ognuno ha il proprio vizio a causa della città, anche per il passato storico della metropoli».

Milano si conferma l’elemento imprescindibile anche in questo romanzo. Cosa la affascina e quale è la caratteristica intrigante del capoluogo lombardo?

«Milano la tratto un po’ male, ma la considero ospitale e ricca di opportunità. È la città che mi ha permesso di essere quello che volevo. Nei miei personaggi metto in risalto i suoi difetti, una caratteristica di alcuni gialli soprattutto quelli americani dove il luogo diventa coprotagonista.  In questo senso, Milano è perfetta e, dopo anni di crescita, il Covid ha messo a nudo i suoi difetti, quindi era fondamentale fotografarla ma come stimolo per migliorarsi. La città si è posta l’obiettivo di essere la Londra del 2030 e ci si deve arrivare bene, risolvendo i problemi come lo scollamento tra centro e periferia e gli affitti alle stelle.  L’avvocato Ligas viene dal centro, un penalista per colletti bianchi che non mette le mani nel torbido e raramente si occupa di omicidi, ma questo caso quasi impossibile, sarà costretto a percorrere le periferie».

Maurizio De Giovanni, con il suo Commissario Ricciardi, ambienta le sue storie in una Napoli  vista come un universo composto da quartieri che sono vari mondi a sé In questo senso, possiamo definire così la Milano di Ligas oppure c’è un’altra definizione?

«Premetto che il Commissario Ricciardi è il mio preferito de «I Bastardi di Pizzofalcone», però ogni città fa storia a sé.  A Milano l’universo criminale ha un approccio più verticale rispetto a Roma e Napoli, è più classista senza negare le infiltrazione criminali messe in luce negli ultimi anni. Sicuramente il capoluogo lombardo è un altro universo. La microcriminalità è in calo ma qui è vista come un elemento esterno di periferia, non dei quartieri o con cui si convive quotidianamente. Io vivo nel capoluogo da 20 anni e siamo ancora tra quartiere buono e quartiere cattivo, ognuno con dei valori. Dalla Moratti fino a Sala, Milano è sempre stata in evoluzione verticale con un netto distacco tra una classe e l’altra, con l’urbanistica che prova a cancellare questo divario. Quest’ultimo esiste e si vede».

Una curiosità: nei futuri lavori, leggeremo i carruggi e l’aria di mare della tua Genova?

«Ormai sono a Milano da tanto tempo e la mia maturazione è avvenuta qui che è casa mia. Conosco le sue dinamiche, i luoghi nei quali può accadere qualcosa e le sfumature di una città sempre in movimento. A Genova ho ambientato un breve storia con Sarfatti che ci andava per un caso, però il giallo mediterraneo mi affascina e non lo escludo. Ora Milano è la città dei miei personaggi, però da genovese è innegabile il fascino dei carruggi per queste storie».

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