Da sinistra, Giuseppe Misso, Pippo Calò e Totò Riina

LA STORIA DELLA CAMORRA L’ex padrino del Rione Sanità testimone al processo imbastito contro il capo dei corleonesi accusato  di essere il mandante della Strage del Rapido 904  

di Giancarlo Tommasone

Oggi ha 73 anni Giuseppe MissoMissi all’anagrafe, meglio conosciuto nell’ambiente con l’alias di ’o nasone – ed è un ex boss di camorra, «sono passato a collaborare con la giustizia nel novembre del 2007», afferma. Lo dice in aula, il 3 marzo del 2015, in veste di testimone nel corso di una udienza del processo al capo della cupola, Salvatore Totò Riina come mandante della Strage del Rapido 904. «Prima di passare a collaborare con la giustizia, di quale organizzazione criminale faceva parte?», chiede a Misso l’avvocato difensore di Riina. «Io ho fatto sempre parte del mio clan, il clan Misso. Ho fondato il clan Misso nel 1983, operava nella zona della Sanità, di Via Duomo, di Via Foria», afferma l’ex camorrista.

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«Lei, oggi qui è stato chiamato come testimone per un fatto successo nel 1984, l’esplosione del Rapido 904. Lei è a conoscenza di questo fatto?». «Certamente che sono a conoscenza di questa vicenda, sono stato imputato, processato. E sono a conoscenza del fatto che sono innocente. Sono a conoscenza del fatto che l’esplosivo che mi addebitarono non è mai esistito, ma è un fatto inventato, e che sono stato assolto in via definitiva da una Corte di Assise di Firenze e non dalla Cassazione, come impropriamente viene scritto molte volte sui giornali. Questo è quello di cui io sono a conoscenza», ribatte Misso. «Quindi, lei questa strage non l’ha fatta? E’ innocente?», domanda l’avvocato di Riina. «E certo che sono innocente», risponde Misso.

«Sono stato assolto in via definitiva per quel processo – continua l’ex boss della Sanità – Non ho mai conosciuto Riina, non ho mai conosciuto Calò. Durante il processo ho avuto modo di conoscere Guido Cercola, che poi si è suicidato (in carcere, nel 2005, ndr), e Guido Cercola, insomma, quello che posso dire io, si lamentava del fatto che questi esplosivi, questi congegni elettronici, come gli avrebbe detto Calò (vale a dire Pippo Calò, il cassiere di Cosa nostra) dovevano servire per una guerra di mafia, ma poi sono serviti per una strage. Questo è quanto io so, perché me lo ha detto Cercola, e questo quanto sto dicendo adesso».

«Quindi ha avuto notizie solo da Cercola di questo fatto?», chiede il presidente della Corte. «Sì, solo da lui. Da Cercola, che io non avevo mai conosciuto prima, e ho visto per la prima volta durante il processo, perché eravamo coimputati e detenuti a Firenze, la mattina scendevamo a fare il processo, e facevamo socialità insieme. Col tempo nacque una certa solidarietà tra persone che stanno in carcere e lui si lamentava di questo fatto, che Calò l’aveva messo nei guai per quanto riguarda questa strage perché aveva fatto fare questi congegni elettronici che, a detta di Calò, sarebbero serviti per la guerra di mafia, ma in realtà erano serviti per fare una strage », sottolinea Misso.

«Quindi con Calò, lei non lo ci ha mai parlato?», chiede il giudice. «No, non ci ho mai parlato e non l’ho mai conosciuto», risponde l’ex boss. «Sa se Calò avesse altri rapporti con la camorra napoletana?», domanda ancora il magistrato. «Io posso sapere quello che ho appreso attraverso delle voci: si diceva che aveva amicizie, a Roma, con la banda della Magliana. Questo ho saputo attraverso la stampa, attraverso qualche voce ma io direttamente non sapevo alcunché», afferma l’ex capoclan del Rione Sanità.