«Ancora tu non mi sorprende lo sai
Ancora tu ma non dovevamo vederci più
E come stai, domanda inutile
Stai come me e ci scappa da ridere…»
  («Ancora tu» – Lucio Battisti)

ad

E’ l’alba del campionato. E’ infinitamente presto. Non siamo ancora allenati ad un qualunque tipo di sofferenza, che già si staglia all’orizzonte la peggiore delle possibili montagne da scalare. All’orizzonte? Considerando che non è ancora settembre ed il mare ancora bagna le nostre caviglie, siamo a pochissimi metri dal bagnasciuga. Non sappiamo adesso quanto fiato avremo. Non conosciamo gli stili che forse solo tra qualche partita sapremo esperire: se il plastico e redditizio libero stile, l’elegante dorso che guarda il cielo azzurro, il rutilante delfino o la metronomica rana.
In un calendario gentile che alla seconda giornata di campionato ci avesse impegnato con un acerbo Lecce piuttosto che con un imberbe Verona, avremmo potuto respirare con la testolina fuori dall’acqua mentre le gambette ansiose mulinavano sotto la superficie, come piccoli cani che affrontano l’acqua per la prima volta, nell’attesa di diventare imperiosi. E invece no… eccola! La montagna da scalare. Anzi, rimanendo nella metafora marina, l’onda impetuosa da affrontare al largo ahinoi dai porti sicuri. Eccola. La Juventus.
E dialogando con il genio di Battisti diciamo che no, non siamo sorpresi e che sì, avremmo desiderato non vederla mai più. E diciamo anche che è inutile – oltreché sostanzialmente e scaramanticamente superfluo – chiederle come sta, in quanto sta sempre fortissimaeterribilechedipiùnonsipotrebbemannagiaallamorte.
Superfluo perché ci scapperebbe da ridere nella stessa misura e modalità in cui ci verrebbe subito da piangere al ricordo della ineluttabile e trista storia. Juventus, nostra eterna spada di Damocle. Tanto è che perfino nell’anno in cui frequentammo la Serie B, ebbe la compiacenza di accompagnarci nell’avventura. L’abbiamo veduta sempre, anche nei nostri momenti di profilo più basso che pur mal si accordavano col suo enorme blasone. Ma niente… La maledetta ci ha inseguito fin laggiù, per timore che per un anno non potesse infliggerci sofferenza.

Peppe Miale

I colori bianconeri mi ricordano i momenti più tristi e terribili della mia infanzia. Infanzia, gioventù, adolescenza e vecchiaia. A quest’ultima ancora non ci sono arrivato ma so per certo che sarà così. Ed il pensiero corre ai racconti di mio padre narranti un principesco Napoli che pur dominante in quel di Torino, fu trafitto a cinque minuti dalla fine da core ‘ngrato Altafini, antesignano traditore. Innocentissimo comunque, al confronto con i due signori (senza offesa per i nobiluomini veri) che rispondono ai nomi di Gonzalo Higuain e Maurizio Sarri. Settantuni entrambi. E ancora il racconto si fa esperienza vissuta sulla pelle scottata dal sole in un pomeriggio infinito del maggio 1981, quando una città intera pulsava per undici maglie azzurre guidate dal principe olandese Rudy Krol (ancora sento nelle orecchie il ruggito degli ottantamila che ululavano RudyRudyRudyRudy con la lettera U che diventava uragano e brivido). Ottantamila cuori pulsanti per il Sogno Tricolore che svanì neanche per il tiro di un Tardelli o di un Causio, straordinari calciatori, ma per un semicarneade dal nome di Verza Vinicio, della cui amena carriera si ha solo e soltanto quel ricordo.

AIUTACI CON UN LIKE A MANTENERE
L’INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

E se per sette anni, grazie a Lui, il peso allo stomaco e la delusione inevitabile avevano lasciato il posto alla gioia incontenibile per il sogno irrealizzabile che incredibilmente si avverò, poi successivamente di nuovo la mannaia calò terribile sulle nostre teste sotto forma di goleade e sconfitte. Anche laddove la qualità nostra arrivava ad interloquire con la Juventus per la conquista del titolo, bastava una visita a Torino e anche il buon Zaza, attaccante di media qualità, era sufficiente ad archiviare le azzurre speranze. La sconfitta come mantra, con l’eccezione di Kalidou Koulibaly e della vittoria dello scudetto 2017 2018.

Il gol di Koulibaly contro la Juve a Torino

Ed ora? Cosa rappresenta e soprattutto cosa rappresenterà per la nostra stagione questo 31 agosto? Rappresenterà ineluttabilmente ciò che il duello di sempre significa: il valore.

Non sarà decisivo in assoluto, ma si insinuerà nelle teste a stabilire fin d’ora l’altezza delle nostre ambizioni. Dovremo immediatamente nuotare, dal primo secondo della sfida, laddove non abbiamo piede. Non potremo rifiatare, ma guardare dritti verso il mare aperto indossando occhialini specchiati e abbandonando i braccioli sulla battigia. Non dovremo patire l’acqua troppo fredda o troppo calda, ma mulinare braccia e gambe in continuazione. Dovremo essere forti nel reggere le ondate juventine. E pronti al sopravvenire della risacca. Non sarà una sfida per eroi, che pur ci saranno. Bisognerà essere letali meduse e sfuggire gli squali, più che tentare di sopraffarli.
Il 31 agosto è da sempre l’ultimo giorno dell’estate.

Il giorno in cui si scende sulla spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi, il mare lievemente mosso, la superficie crespa, il colore grigio delle nuvole incombenti…molti sono già andati via…anche lei… alla quale non si è avuto il coraggio di confessare il proprio amore.
E si guarda lontano, nel desiderio che in qualche modo il mare sostituisca alla struggente malinconia una inaspettata speranza.

Ecco ciò che vogliamo da questo 31 Agosto: qualcosa di inaspettato e di spudoratamente azzurro. In bocca al lupo a tutti NOI azzurri. Anzi, in culo alla balena….!
Azzurramente, Peppe Miale