Anche il piccolo borgo marittimo subì gli effetti dell’eruzione del Vesuvio del 79 a.C.

di Letizia Laezza.

Oltre alle famose Pompei ed Ercolano anche un’altra realtà fece le spese dell’eruzione del Vesuvio del 79 a.C.: Stabia, che a differenza delle prime due non era una grande città, ma una sorta di tranquillo borgo di villeggiatura, puntellato di ville residenziali oltre che di quelle rustiche. Questa era infatti una zona dedicata all’agricoltura, in particolare alla produzione dell’olio, come testimoniato dall’attrezzatura delle ville nella zona dell’Ogliario. Inoltre il fertile territorio vantava due sorgenti di rilevanza tale che addirittura Plinio il vecchio ne riportava testimonianza; scrisse, infatti: “Con l’acqua che nel territorio stabiano chiamano Dimidia si curino i calcoli”. L’autore, ospite dell’amico Pomponiano , perse la vita proprio sulla spiaggia di Stabia, asfissiato dai gas velenosi respirati nel tentativo di osservare e documentare il fenomeno dell’eruzione.

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C’è da osservare che gli effetti dell’eruzione furono di gran lunga inferiori nel piccolo borgo marittimo: i tetti degli edifici erano sì crollati perché colpiti da oggetti incendiati o appesantiti da materiali piroclastici, ma tali sommità si riempirono poi negli anni in virtù di depositi alluvionali. Inoltre gli archeologi hanno avanzato l’ipotesi che, siccome a Stabia sono stati rinvenuti davvero pochissimi scheletri, è molto credibile che le ceneri siano cadute con una lentezza tale che il popolo riuscì a sfuggirvi.

Sostituita oggi dalla più moderna Castellammare di Stabia, la città antica è rimasta sepolta a lungo: la prima campagna iniziò solo a metà del 1700, durante la dominazione borbonica, procedendo però sotto terra tramite lo scavo di cunicoli, mentre si è rivolta al cielo aperto dopo circa due secoli per l’insistenza e la tenacia del preside di una scuola media della zona, Libero D’Orsi. Erano certamente avvenuti, negli anni intercorsi fra i due scavi, alcuni ritrovamenti sporadici, ma un vero e proprio cantiere archeologico fu imbastito solo a partire dal 1950: grazie al preside D’Orsi, infatti, furono riportate alla luce alcune ville sia nella zona di Varano che nelle campagne circostanti; fra queste alcune sono andate nuovamente perdute, purtroppo, venendo seppellite, mentre altre invece sono state restaurate ed aperte al pubblico.

Non tutto l’intero territorio è stato riportato alla luce, anzi, è minima la parte della città che è stata rinvenuta: sono visitabili solo la Villa San Marco, Villa Arianna e il secondo complesso; gli archeologi non hanno dubbi che esistano altre ville, spesso nominate nella letteratura, che però sono ancora del tutto o in parte sotterrate.

La zona che in tempi antichi accoglieva Stabia era chiamato ager stabianus  e si estendeva molto al di là di essa: l’area complessiva corrispondeva a quella che oggi comprende i contemporanei comuni di Sant’Antonio AbateSanta Maria la CaritàGragnanoCasola di Napoli e Lettere. I reperti da lì provenienti si trovano sparsi in diversi musei del mondo: la maggior parte è custodita al Museo archeologico nazionale di Napoli, al Museo diocesano sorrentino-stabiese ed altri ancora sono esposti nell’antiquarium stabiano, realizzato da Libero D’Orsi nei depositi di una scuola stabiese e pertanto chiuso al pubblico, per questo in attesa di nuova ricollocazione.

Quella terra ricca e produttiva, strategicamente collocata vicino al mare e circondata da campagne fertili, attirò l’insediamento umano fin dall’età del ferro; in seguito furono gli Osci ad iniziarne una “urbanizzazione”, che proseguì poi nei secoli: fu abitata da GreciEtruschi e Sanniti; sotto il loro dominio Stabia divenne un borgo fortificato corredato di un porto, sopraffatto da quello pompeiano ben più grande. Quando i Romani sconfissero i Sanniti (nel 308 a.C.), il territorio assunse una nuova identità, finché tra il 90 e l’89 a.C. Stabia, insieme ad altre città sottomesse, si ribellò ad una dominazione che riteneva poco corretta provocando così la reazione dell’Urbe che la assediò e la distrusse completamente. A quel punto non poté più essere una fortezza, ma vista la sua bellezza panoramica, fra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del II, in piena età imperiale, Stabia si affermò come stabilimento balneare di lusso; fu sfruttata per i soggiorni estivi dei ricchi romani e vide quindi l’istituzione di ville d’otium, certamente corredate con tutti i comfort esistenti all’epoca, come palestre, terme e discese dirette su spiagge private. Era proprio quel nuovo fenomeno della costruzione di “case vacanza” sulla costa del golfo di Napoli, tipico di quel periodo, ad essere un evento così marcato e caratteristico che ne ritroviamo tracce negli scritti di alcuni autori; Strabone, ad esempio, scriveva: “Tutto il golfo è trapuntato da città, edifici, piantagioni, così uniti fra loro, da sembrare un’unica metropoli”.

Anche Stabia fu colpita dall’eruzione del Vesuvio quando ancora non aveva superato il terremoto che nel 62 lesionò principalmente Pompei. La mattina del 24 agosto del 79 il vulcano seppellì Stabia sotto uno spesso strato di polvere e ceneri. Sebbene le sia toccato lo stesso destino di Pompei ed Ercolano, rispetto a queste Stabia sembrò rigenerare immediatamente la vita, sfruttando la piana che si era formata dalla solidificazione dei detriti dell’eruzione: lì sviluppò un tessuto urbano nuovo, oltre che sulle colline circostanti e lungo la costa. Era d’altronde necessario che Stabia ritornasse alle sue attività in quanto dopo la distruzione di Pompei e quindi del suo porto, quello stabiese era diventato il principale sbocco sul mare di Nuceria Alfaterna, indispensabile, fra l’altro, anche alla flotta militare. Esistono degli scritti che testimoniano anche questo aspetto, stavolta firmati da Publio Papinio Stazio che già nel 92 scriveva alla moglie: “Ma cosa credi che il Vesuvio abbia totalmente spopolata la Campania? Non esageriamo: ci sono ancora tanti abitanti a Pozzuoli, a Capua, a Napoli, a Baia, a Miseno, a Capri, a Ischia, a Sorrento e anche a Stabia, che è risorta dalle sue rovine”.

Nel 121 l’Imperatore Adriano dispose che fosse riaperta la strada che collegava Nuceria Alfaterna a Sorrento, come testimoniato da una frase scolpita su un cippo ritrovato nel 1879; fu lungo quest’asse che gradualmente si ricostruì Stabia (con una notevole impennata tra il II e il VI secolo); i primi ri-assestamenti furono opera principalmente di una classe sociale umile, che costruì case povere con materiali di scarto.

L’architettura delle abitazioni costruite prima dell’eruzione, che somiglia molto a quella ellenica, insieme ai reperti in ceramica greca di Villa San Marco, testimoniano che Stabia fu parecchio influenzata dalla cultura greca intorno al VI secolo a.C., quando divenne una sorta di emporion, ovvero, anticamente, un luogo disposto sul mare e quindi favorevole con comodità ad azioni di scarico, deposito e vendita delle merci.

In realtà i primi interessi nel recuperare l’antica città vesuviana risalgono a un secolo prima delle campagne Borboniche, quando, verso la fine del 1600, il vescovo Milante aveva provato ad intercedere perché le vestigia stabiesi fossero recuperate, ma non ottenne successo e fu obbligato ad abbandonare le sue ambizioni archeologiche. Dovettero passare un altro po’ di anni perché in seguito alla curiosità e al successo che stavano ottenendo gli scavi di Ercolano, il re Carlo Di Borbone, per accreditare ulteriormente il prestigio della sua dinastia, si fece paladino della Stabia dimenticata dando l’avvio ai lavori di scavo nel 1749. La città fu rintracciata seguendo la Tavola Peutingeriana, uno stradario dell’impero romano risalente al IV secolo.

Fin da subito la campagna fu prolifica: furono rinvenute monete, statue, affreschi e addirittura uno scheletro umano; se non fosse che quei primi reperti recuperati da Roque Joaquín de Alcubierre, direttore dello scavo, non erano riconducibili a Stabia, bensì di Pompei. Ciò fu chiaro solo dopo 15 anni, quando fu ritrovata un’iscrizione che si riferiva molto chiaramente alla Res Publica Pompeianorum.

Qualche tempo dopo finalmente fu dissotterrata la vera Stabia, presso la collina di Varano, con le sue nominate ville San Marco, Arianna e la Villa di Anteros ed Heraclo oltre a quelle del Pastore , quella in località Belvedere e il secondo complesso. Delle sei ville individuate sulla collina ne sono state riconosciute solo quattro, delle quali come prima accennato solo tre sono oggi agibili: il resto della città è ancora tutta da scoprire. Anche se non è possibile risalire con certezza agli effettivi proprietari delle maestose ville è molto probabile che fra questi sia incluso qualcuno dei novantuno illustri romani che risiedevano in Campania.

Ma quella del 79 a.C. non fu l’unica eruzione del Vesuvio che stravolse Stabia: nel 685 d.C. l’evento si ripeté, creando non gli stessi ma comunque sostanziosi danni.

Fu solo in un documento del 1086 che per la prima volta la città fu chiamata con l’appellativo di Castrum ad Mare,che diventerà il famoso Castellammare, oggi sostitutivo di Stabia.

Oggi gli scavi sono tutelati e gestiti dal parco archeologico di Pompei e sono di proprietà del MIBACT.