Un polo di attrazione turistica e un reperto archeologico di inestimabile valore.

di Letizia Laezza.

La terra del mito a noi tanto vicina è ricca di tesori che raccontano storie di altri tempi, tempi lontani che oggi ci sono tanto vicini. Basta allungarsi ai campi Flegrei infatti per percorrere un viaggio attraverso la storia; le leggende relative ai Campi Flegrei hanno incluso il territorio di Miseno fin dalle origini della storia, poco dopo che i coloni greci avevano fondato Cuma. I Cumani, infatti, già durante il VI sec. a.C., si servirono dell’area misenate per difendere il Golfo di Napoli con efficaci risultati almeno fino all’arrivo di Annibale nel III sec. a.C.

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Dal II sec. a.C. l’estetica del territorio flegreo fu un’attrattiva per la costruzione di ville marittime ed impianti ad esse strumentali, il che promosse un impulso all’urbanizzazione della zona.

La cittadina sorta sull’attuale Marmorto fu denominata Misenum, dal nome dall’omonimo trombettiere di Enea, che si narra annegò in quelle acque. Dopo essere stata sede di sontuose “residenze estive, a partire dall’inizio del I sec. d.C. ritornò alla sua essenziale vocazione militare. Augusto, dopo la battaglia di Anzio (31 a.C.), collocò qui la Classis Praetoria, la flotta imperiale, la quale frequentava parecchio l’area dei Campi Flegrei.

Non ultimo fra i cimeli ivi conservati, la grotta della Dragonara (termine di origine latina che dovrebbe provenire da tracon, roccioso), collocata in via Dragonara (Bacoli), rappresenta un polo di attrazione turistica e un reperto archeologico di inestimabile valore.

Raffigurata nelle incisioni settecentesche, la grotta e il suo circondario sono stati sempre oggetto di interesse e curiosità che hanno poi condotto all’organizzazione di campagne di scavo apposite.

Sebbene si presenti ad un primo sguardo come un luogo di culto, si tratta in realtà di una cisterna romana costruita in età augustea, scavata nella parete di tufo del promontorio con ingresso all’estremità orientale della spiaggia di Misenum, rivolta verso Procida. La struttura è di base quadrangolare, divisa in cinque navate da tre file di dodici piloni anche questi in tufo, con fodera muraria in opus reticulatum e rivestimento in cocciopesto. La grotta è lunga circa sessanta metri  e larga sei, strutturata in una serie di gallerie laterali che si intrecciano tra loro in un dedalo che, unito all’effetto dell’acqua che invade il monumento genera una certa suggestione; spicca l’intonaco bianco che connota lo spazio come una macchia di luce chiara.

In origine la grotta possedeva tre ingressi, ovvero tre grandi aperture poste in alto, dotate di scale, oggi parzialmente visibili, utilizzati per l’immissione dell’acqua e per le manutenzioni ordinarie. La struttura presenta una copertura voltata a botte; nella volta della cisterna si aprono tre lucernari dotati di scale, che conducono al di sopra della cisterna stessa. Scavi effettuati in passato nella zona hanno rivelato i resti mal conservati di un ninfeo (un edificio sacro dedicato ad una ninfa, in genere posto presso una qualunque sorgente d’acqua), di peschiere e di alcune cisterne, attualmente semisommersi tra la spiaggia e il costone ma testimoni di un utilizzo pratico probabilmente anche privato di tali strutture, il che avalla la teoria che nel tempo la cisterna fu inglobata a totale usufrutto della villa privata. Negli ultimi anni è stata rinvenuta -oltre alle prime vasche portate alla luce inizialmente- una ulteriore vasca, rivestita di cocciopesto idraulico, accessibile tramite gradini e caratterizzata da un piano inclinato verso un’apertura comunicante con una sottostante cisterna, che per alcuni storici aveva lo scopo di rifornire le navi della flotta misenate mentre per altri è più credibile che avesse scopi di utilizzo privato in quanto la flotta veniva già soddisfatta nell’approvvigionamento idrico dalla cisterna della Piscina Mirabile.

Bisogna infatti tenere presenti i resti della villa residenziale poco più a sud della menzionata cisterna, che testimonianze letterarie riportano appartenuta al nobile Lucullo durante il regno di Tiberio, per cui non è da escludere una connessione fra i due spazi.

La villa disposta a terrazzamenti con ambienti che digradano fino al mare, attualmente insabbiati, era stata di Caio Mario, per poco tempo di Cornelia madre dei Gracchi e poi acquistata da tale Licinio Lucullo, ricchissimo personaggio politico del I sec. a.C., ed infine passata al demanio imperiale; una fonte antica la cita posta sul colle a guardare «da un
lato il mare di Sicilia e dall’altro il Tirreno».

È lì che secondo gli scritti di Tacito fu assassinato l’Imperatore Tiberio. È possibile quindi che la cisterna servisse ad approvvigionare unicamente questi ambienti privati dato che la piscina Mirabile era pubblica e molto grande, era quindi capace di canalizzare più efficacemente l’acqua del Serino per erogarla direttamente alla flotta e alla colonia marittima. Anche l’antica fonte d’acqua dolce presente ad ovest della Dragonara, utilizzata forse già dai Saraceni ma certamente fino a qualche decennio fa anche da alcuni abitanti del luogo, lascia intuire che la villa marittima di Lucullo potesse ampiamente giovare di questa e di altre cisterne.

Le grandi vasche impermeabilizzate, che permettevano il flusso delle acque piovane prima che entrassero nella cisterna, sono state in seguito utilizzate come sepolture.

Questa imponente struttura pare l’evoluzione di altre simili ma dalle dimensioni ridotte sorte nell’area flegrea, come quella, ad esempio, collocata nel costone tufaceo a Baia, fra via Lucullo e via Fusaro, retta da quattro pilastri e scavata interamente nel tufo.

Nel Medioevo il sito della Dragonara era chiamato Bagno del Finocchio date le numerose coltivazioni dell’ortaggio in questione che lo circondavano. Oggi, a causa di fenomeni di bradisismo verificatisi negli anni, il monumento è semi-sommerso; pertanto è possibile visitarlo solo grazie ad una passerella di ferro.  

Gestita e tutelata dal parco archeologico dei Campi Flegrei, la grotta è di proprietà del Mibact ed è curata per alcune aperture e visite dall’associazione Misenum.