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di Antonio Girardi

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Palazzo Bagnara sorge in piazza Dante, all’angolo dell’omonimo vico Bagnara, a guardare Port’Alba che gli si para di fronte. Il palazzo esiste dal 1631, quando ancora la piazza si chiamava largo Mercatello, e fu fatto costruire per volere di Giovan Battista De Angelis. Il De Angelis non era un nobile, ma di mestiere faceva “l’azzeccagarbugli”, e, secondo le cronache, dava consulenza giuridica a chiunque lo richiedesse e spesso influenzava i processi, attraverso le sue amicizie nel Consiglio Collaterale (massimo organo giudiziario, amministrativo e legislativo del Vicereame di Napoli). Giovan Battista era un uomo molto grasso, si racconta che, per questo, girasse solo in carrozza e che proprio durante un incidente, morì cadendo sul selciato.

Il palazzo così passò a suo figlio Antonio De Angelis (detto Tonno d’Agnolo), che seppe ben sfruttare le amicizie del padre, entrando nella cerchia degli uomini di fiducia di diversi viceré. Primo di tutti il conte di Monterrey (viceré dal 1631 al 1637), di cui si guadagnò la fiducia accompagnandolo a teatro, a caccia, nei tornei e soprattutto nei “bordelli”. Guadagnatosi il titolo di regio consigliere, sotto la reggenza del viceré Enriquez de Cabrera (1644-1646), fu promotore di una tassa sulla casa che egli stesso avrebbe dovuto riscuotere. Soprannominato “consigliere del mal consiglio” e odiato dal popolo, che gli lanciava addosso le pietre, il De Angelis perseverò nel proporre aumenti delle imposte anche al viceré Rodrigo Ponce de Leon (1646-1648). Fu in buona parte per colpa delle imposte proposte da Antonio, che nacque la rivolta capitanata da Masaniello, e fu proprio palazzo Bagnara uno dei primi ad esser presi di mira. Per ordine dello stesso Masaniello il palazzo fu assalito, spogliato di tutti i mobili e le suppellettili, e poi incendiato. Il De Angelis, nascosto a Castelnuovo, ebbe giusto il tempo di lamentarsi col viceré e chiedere risarcimenti per poi morire nel 1647.

 

Dopo un periodo di abbandono, il rudere fu venduto dai figli del De Angelis al conte di Bagnara, Francesco Ruffo. Così nel 1660, fu incaricato Carlo Fontana, allievo del Bernini, di restaurare e abbellire l’edificio, che in poco tempo si affermò come luogo di riunione della nobiltà napoletana. Alla morte di Francesco, sua moglie Ippolita si risposò con Domenico Cotugno, di umili origini, ma medico e anatomista affermato. Poco ci volle perché circolassero voci, tra la nobiltà, di forze sovrannaturali attribuite al Cotugno che avrebbero forzato quest’insolita unione tra una nobile e un borghese. In seguito la proprietà passo a Vincenzo Ruffo che ordinò a Vincenzo Salomone di abbellirla e ammodernarla, e poi a Fabrizio Ruffo che vendette allo stato mobili, quadri e gioielli, tale collezione è ora visitabile in una sala del museo di San Martino.

In seguito fu venduto il palazzo stesso, che ospitò, nella prima metà dell’800 il marchese Puoti. Qui il marchese istituì la scuola dei così detti puristi, che tentò di imporre l’uso della lingua toscana al romanticismo letterario italiano, nell’ottica di un’imminente unificazione d’Italia. Tra gli alunni illustri di questa scuola, ci fu Francesco De Sanctis, critico letterario e futuro primo ministro dell’istruzione della storia italiana. In seguito l’edificio perse la sua importanza e fu frazionato in diverse proprietà. Palazzo Bagnara può essere considerato uno dei più significativi testimoni dei periodi di gloria e di decadenza della storia di Napoli, e culla di alcuni dei suoi principali protagonisti.

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