TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA:
CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT

di Antonio Girardi.

In via Monteoliveto, a pochi metri dall’omonima piazza, sorge il palazzo Orsini di Gravina, appartenuto a una delle più importanti famiglie nobiliari italiane. Ferrante Orsini, duca di Gravina, acquistò nel 1513 e nel 1547 due appezzamenti di terreno dalle monache di Santa Chiara e su questi ordinò che fosse costruita e poi ampliata la sua abitazione. Il duca, consapevole della sua importanza, non aveva nessuna intenzione di badare a spese per completare l’opera, che inizialmente era provvista di bugnato, pilastri con capitelli corinzi e busti raffiguranti importanti membri della famiglia Orsini. Ancora oggi si possono riconoscere i volti di Pier Gian Paolo Orsini, conte di Monapello, Pier Francesco Orsini, capitano della Chiesa, Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto e Raimondo Orsini, principe di Salerno.

Le spese furono tali che già nel 1528 Ferrante necessitò della grazia dell’imperatore Carlo V perché non gli fosse confiscato il palazzo dal viceré Filiberto di Chalons. Purtroppo il duca non riuscì a godere a pieno dell’opera poiché morì lo stesso anno in cui finirono gli ultimi lavori di abbellimento, e così il palazzo passò al figlio Antonio. Da lui, dopo una serie di passaggi di proprietà, l’edificio passò a Domenico Orsini, fratello di papa Benedetto XIII, e poi ad un altro Benedetto Orsini, che come il suo antenato non badò a spese per ristrutturare ed abbellire il palazzo. Il portale fu commissionato a Mario Gioffredo, gli affreschi a Bonito, De Mura e Fischetti, inoltre solo per dei consigli furono effettuati ingenti pagamenti anche a Ferdinando Fuga, il totale delle spese ammontò a 89.674 ducati. Poco dopo, con la proclamazione della repubblica nel 1799 e l’arrivo dei francesi in città, il palazzo fu requisito e abitato dal generale Thiebault, mentre nel 1837 fu espropriato dai creditori della famiglia Orsini.

 

Fu Giulio Cesare Ricciardi, conte dei Camaldoli, ad acquistare l’edificio che era stato degli Orsini e a farlo ristrutturare dall’architetto Nicola d’Apuzzo. Le finestre furono sostituite da balconi, l’edificio fu provvisto di un altro piano e gli stemmi degli Orsini furono rimossi. Persino il marchese Santangelo, ministro dell’interno, provò ad opporsi a quest’opera di restaurazione, che sollevò le critiche di alcuni giornali, ma ottenuta l’approvazione del Consiglio edilizio e del re fu portata a termine comunque. Il palazzo fu gravemente danneggiato durante i moti del 15 maggio 1848, quando Francesco Ricciardi, figlio del conte e sostenitore dei moti, accolse trecento rivoltosi nell’edificio, che sparando dalle finestre opposero una ferma resistenza contro un battaglione di guardie reali.

I rivoltosi riuscirono anche ad uccidere un ufficiale, ma in risposta le guardie sfondarono a cannonate il portone e lanciarono bombe incendiarie nel palazzo, solo in pochi si salvarono calandosi dalle finestre dal retro. L’anno successivo un decreto reale stabilì l’espropriazione dell’edificio e il suo restauro, affidato a Gaetano Genovese e Benedetto Lopez Suarez, che lo spogliò totalmente della veste rinascimentale. In seguito ai lavori l’edificio ha assunto varie funzioni, fino ad ospitare nel 1936 la facoltà di Architettura e a riprendere in parte la forma originaria in occasione di un ultimo intervento di restauro.

 

TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA:
CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT