Palazzo d’Avalos è una delle dimore storiche più famose e importanti di Napoli. O almeno, lo era, per la sua storia e il significato di ciò che ha rappresentato il luogo in cui vive l’ultimo erede della dinastia spagnola, il principe Andrea. Anche se, proprio per oggi è prevista l’esecuzione dell’ordine di sfratto, secondo quanto stabilito dalla sentenza della Corte di appello di Napoli del 2018.

In attesa degli sviluppi sul caso dell’arbitrato tra i d’Avalos e la società dell’ingegner Ferlaino, il ‘Corriere del Mezzogiorno’, ha effettuato un reportage sulla struttura, sulla sua parte visitabile, mostrando la decadenza e il degrado cui è ormai ridotta. “Basta spingere il portoncino in legno già aperto per immergersi nella giungla in rovina”.

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Il lampadario dell’atrio di ingresso “scende sbilenco dal soffitto, una lampadina pericolante tenuta solo da un cavo elettrico, circondato dall’intonaco azzurro scrostato”. Il cortile centrale mostra “erbe infestanti che crescono sulle grondaie e scendono da balconcini avvolti in teli trasparenti, per proteggere le finestre da lavori mai iniziati”. “Il bianco degli infissi cozza contro il marroncino della muratura, scrostata, danneggiata e annerita dalle infiltrazioni d’acqua. Transenne, impalcature e una gru arancione affollano il cortile, in attesa di operai che chissà se torneranno mai. I cartelli di lavori in corso si susseguono sulle porte, come indizi di una caccia al tesoro a cui nessuno vorrebbe partecipare: seguirli però fa davvero scoprire che il peggio deve ancora arrivare”.

“Sono due gli scaloni che salgono a specchio dal pian terreno: un ballatoio li mette in collegamento al terzo piano e la sensazione è quella di sentirsi più al sicuro su un ponte tibetano. Spiccano poi le porte in metallo arrugginito di un ascensore che non esiste. Lo spettacolo del primo scalone è avvilente e per capirlo basta fare un piccolo sforzo di immaginazione: dipingetevi nella mente una principessa che scende con solennità i gradini, ma su di un tappeto grigio di calcinacci, circondata dall’odore penetrante dell’umidità, dallo scricchiolio di calcinacci sotto i tacchi e da cavi elettrici che pendono dal soffitto come liane. I pochi ambienti accessibili che si affacciano fanno scoprire cosa si cela dietro ai portoni marroni sbarrati: i resti di lavori iniziati chissà quando, qualsiasi tipo di rifiuto a terra (videocassette e seggiolini per bambini) e finestre scardinate”.

La seconda scala “è in condizioni leggermente più decenti, almeno ai muri è stata data una mano di bianco. Qui è dove sono stati realizzati gli unici lavori. Ma – fatta eccezione per l’appartamento di Ricciardi – nessun nuovo appartamento ha anche solo il citofono”. Si procede poi “lungo l’ala del Palazzo che si affaccia su vico Vasto, le sede dei futuri (o presunti) mini-appartamenti: l’ultima volta che queste stanze hanno visto un operaio è stato il 1993”.

“Pavimenti in ceramica in frantumi, soffitti con travi in legno a vista con scollamenti preoccupanti”. L’ultimo sfregio alla storia di questa dimora “sono i bidoni rossi arrugginiti e sepolti in una foresta selvaggia, in quello che fu il parco del Palazzo. Nel silenzio, tra i calcinacci e con la decadenza negli occhi, non resta che andarsene, lasciandosi la porta aperta alle spalle”.

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