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di Antonio Girardi

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Palazzo Como, uno dei pochi esempi rimasti in piedi di architettura rinascimentale a Napoli, si trova a via Duomo, poco prima di piazza Nicola Amore (meglio nota come “dei quattro palazzi”). Secondo quanto ci è pervenuto il palazzo appartenne a Giovanni Como nel 1404, che fu il primo dei proprietari a progettare l’abbellimento e l’ingrandimento dello stabile. A questo proposito acquistò, assieme al fratello, un’abitazione limitrofa e si servì degli architetti Rubino di Cioffo da Cava e Evaristo da San Severino.

L’opera di estensione, iniziata da Giovanni, fu continuata dal figlio Angelo, il quale, però, trovò difficoltà nell’acquistare spazio confinante all’edificio per via della testardaggine del proprietario: Francesco Scannasorice. Fu solo nel 1488, che il duca di Calabria, Alfonso II d’Aragona decise di intercedere e di acquistare lui la proprietà, per poi regalarla al Como, suo amico da tempo. In seguito a questi passaggi di proprietà, il Como, in segno di gratitudine, fece installare a lavori ultimati gli stemmi di entrambe le case: Como e d’Aragona.

Successivamente, in seguito a litigi fra eredi, tratto comune alle storie di molti edifici nobiliari, e alla caduta della dinastia d’Aragona, la famiglia Como cadde in disgrazia. Dopo alcuni passaggi di proprietà, il palazzo fu acquistato da Marcello de Bottis, nel 1587. Quest’ultimo lo abitò per pochi mesi prima di rivenderlo, la leggenda popolare vuole infatti che l’abitazione fosse infestata da un “munaciello”. Il munaciello nella tradizione popolare napoletana è uno spiritello che, come riporta la stessa Serao in “Leggende Napoletane”, può essere tanto di buon auspicio come elemento di tormento, in ogni caso rappresenta una delle figure più amate, conosciute e suggestive della narrazione popolare napoletana.

Evidentemente in questo caso il munaciello fu particolarmente cattivo con il de Bottis, che cedette il palazzo ai padri della Congregazione di Santa Caterina da Siena. Nel corso dei secoli l’edificio ebbe vari utilizzi: fabbrica di birra, archivio del Regno, monastero, ufficio del Municipio e Prefettura. In seguito, nel 1860, la città fu investita dal mastodontico progetto di sventramento dei quartieri Porto, Vicaria e Pendino, portato avanti dal sindaco Nicola Amore. Tale progetto prevedeva la costruzione di corso Umberto I, l’apertura di via Duomo e la creazione di altre delle arterie principali della città, a tal proposito tantissimi furono gli edifici abbattuti e anche palazzo Como si trovava in una zona dove si sarebbe dovuto costruire. Fu così che grazie alla pressione esercitata da diversi intellettuali, si decise di non abbattere il palazzo, ma di farlo arretrare di venti metri.

Nel 1881, quando ancora il lavoro di trasferimento del palazzo non era stato ultimato, Gaetano Filangieri junior (nipote del famoso giurista e filosofo), che aveva impiegato tutta la vita a collezionare opere d’arte decise di acquistare, ammodernare e adibire a museo palazzo Como. Attualmente l’edificio ospita ancora il Museo Civico Gaetano Filangieri. Palazzo Como non è solo un museo, un semplice palazzo monumentale oppure un palazzo infestato dai fantasmi: è un luogo la cui importanza diffusamente riconosciuta è testimoniata tanto dagli elogi degli intellettuali, quanto dai racconti del popolo.