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di Antonio Girardi.

Nell’antichissima San Biagio dei Librai, al numero 21, sorge il Palazzo Carafa di Columbrano, voluto dal celebre Diomede Carafa di Maddaloni (1406-1487) e costruito da architetto ignoto. Diomede, oltre ad essere un soldato eccelso, proveniente da una famiglia di soldati, era anche uno dei duchi più vicini alla corte di re Ferrante, uno scrittore politico ed un intenditore di arte appassionato di antichità. La passione per l’antichità del duca ben si confaceva all’epoca rinascimentale in cui viveva, e fu proprio questa passione a spingerlo a costruire il palazzo: il suo scopo era, infatti, di ospitare l’immensa collezione di statue, epigrafi, bronzi ed altri oggetti d’epoca greco-romana.

Il più importante e misterioso reperto fra questi è di certo la testa di cavallo in bronzo, che un tempo era posta sull’ingresso, poiché col passare dei secoli molte sono state le ipotesi sull’origine dell’opera, alcune storiche altre leggendarie. Alcuni riportano che la testa fosse quanto rimasto di un monumento equestre situato nell’antico tempio di Nettuno, sul quale ora sorge l’obelisco di San Gennaro in piazza Sisto Riario Sforza, altri dicono che invece fosse un dono che i napoletani avrebbero fatto all’imperatore Nerone.

L’ipotesi più fantasiosa dice che fu costruito un cavallo di bronzo da Virgilio e che chiunque ci girasse intorno per tre volte sarebbe guarito dai dolori addominali, e che, proprio perché tale rito pagano veniva praticato ancora nel XIV secolo dai napoletani, il cardinale Matteo Filomarino fece fondere il corpo del cavallo per ricavarne una campana, mentre la testa sarebbe pervenuta al Carafa. L’ipotesi più accreditata invece, sostiene che la testa fosse un dono spedito al Carafa da Lorenzo il Magnifico, ma anche quest’ipotesi ha fatto sorgere dubbi sul suo autore: l’illustre Giorgio Vasari ed altri ritengono che fosse un’opera di Donatello, ma tale ipotesi, sebbene plausibile, non è mai stata accertata definitivamente.

 

Dopo la morte di Diomede nel 1487, il palazzo passò ai suoi eredi, che però non ne ebbero la cura del predecessore e finirono per trasformarlo da salotto letterario a residenza semiabbandonata, fino a che, con l’estinzione del ramo dei Maddaloni, il palazzo passò a Francesco Carafa di Columbrano, nel 1713. Francesco fece ristrutturare il palazzo, per riportarlo agli antichi splendori e ritrasformarlo in luogo di incontro di letterati, per accontentare gli interessi culturali condivisi con la moglie Faustina. Peccato che a Francesco non interessavano solo le opere letterarie ma anche le cameriere, e che ciò porto a una disputa per la separazione che continuò sotto il vicereame del conte di Von Harrach fino al regno di Carlo III e finì solo con la morte di Francesco.

In seguito alla morte del nobile, la rinuncia all’eredità del primogenito Giuseppe e la morte del secondogenito Michele, il palazzo passò al terzogenito Francesco, che dopo aver simpatizzato per la repubblica napoletana nel 1798, fu nominato ministro da Gioacchino Murat nel 1808. Fu Francesco a mettere in vendita il palazzo, dopo aver regalato la celebre testa di bronzo al museo nazionale, dove attualmente si trova, e averla rimpiazzata con una copia. In seguito il palazzo attraversò una fase di decadenza in cui si trova tutt’ora. La storia di questo palazzo è la storia di un palazzo, per metà avvolto nella leggenda, eppure sempre al centro della storia, che nelle sue fasi di decadenza e resurrezione imita e rispecchia le fasi della decadenza e della rinascita delle arti, della letteratura e della cultura nella città di Napoli.

 

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