Se prima, il collegio difensivo, non poteva confermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’intenzione era quella di uccidere e non solo di intimorire, stavolta ci sono elementi diversi.

Cambia la strategia difensiva per il commando dei Carfora, che la notte tra il 24 ed il 25 maggio dell’anno scorso, si organizzò per vendicare l’omicidio del giovane cugino Nicholas Di Martino. Si è svolta ieri l’ultima udienza prima della sentenza finale, prevista per settembre. Alla sbarra, restano i fratelli Giovanni e Antonio Carfora, figli del boss ergastolano Nicola, e gli amici-complici Giovanni Amendola e Raffaele Iovine che presero parte alla spedizione punitiva contro il gruppo criminale degli Apicella.

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Il collegio difensivo aveva più volte evidenziato alcune falle inerenti alla registrazione di telecamere di videosorveglianza, tant’è che non potevano confermare che i protagonisti fossero i Carfora, oltre ogni ragionevole dubbio, questa volta sono stati proprio otto secondi di filmato che vengono utilizzati per dimostrare che il commando avrebbe avuto intenzione di intimorire la vittima e non di ucciderla. Riguardando i diversi frame, è evidente che a far fuoco è stata l’arma di Giovanni Carfora, ex calciatore di Gragnano e Vico Equense, ferendo al polso Salvatore Pennino, ritenuto vicino agli Apicella. Dall’altro lato, la difesa dei Carfora vuole che non c’è mai stata la volontà di uccidere e che i colpi sono partiti dalla pistola durante momenti in cui rabbia e disperazione hanno preso il sopravvento.

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