L'ospedale di Caserta

Quarantuno indagati, sei misure eseguite. In carcere è finita Angelina Grillo, tecnico di laboratorio, collaboratrice dell’ex primario Angelo Costanzo. Quest’ultimo, da ieri, è ai domiciliari insieme alla moglie Vincenza Scotti (sorella del boss della Nco, Pasquale).  Le altre tre misure hanno riguardato Generoso Vaiano (obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria); Ernesto Accardo e Giovanni Baglivi (agenti di commercio nel campo sanitario), che non potranno esercitare la professione per un anno.

E’ il quadro che emerge dall’inchiesta che si è abbattuta sull’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta; le accuse, vanno, a vario titolo, dalla corruzione al peculato, passando per l’associazione a delinquere e la truffa. Al centro dell’inchiesta condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere il reparto di Patologia clinica del nosocomio di Caserta. Tra i vari episodi registrati dagli investigatori anche quelli relativi a una serie di analisi che erano svolte appannaggio di indagati o di loro familiari, senza alcuna prescrizione medica, senza il necessario passaggio al Cup (il Centro unificato di prenotazione).

ad

Gli appostamenti,
i riscontri degli investigatori

«Nell’ambito delle attività di ricerca venivano, infatti, fermate e identificate varie persone intente ad accedere presso il reparto per consegnare provette di sangue e urine per l’effettuazione di analisi di piacere, in spregio alle procedure dettagliatamente codificate nelle suddette istruzioni. Le provette, in particolare, non erano identificate né erano accompagnate dalla scritta richiesta di analisi digitale/cartacea», è annotato nell’ordinanza. Una sorta di analisi effettuate sotto forma di «piaceri», annota il gip Ivana Salvatore. Gli indagati sono seguiti nei loro movimenti, dagli investigatori, che spiano e «mettono a verbale».

Il via vai delle analisi
senza prenotazioni,
nell’unità operativa

C’è uno degli infermieri addetto ai prelievi «in seno alla suddetta unità che sopraggiungeva alle ore 07:00 circa, portando con sé una busta di plastica trasparente al cui interno vi erano quattro provette contenenti liquido verosimilmente ematico, anonime, ed uno scatolino con contenitore per prelievo urine, nonché un post it di colore giallo con alcune indicazioni manoscritte non rilevabile».

In merito, annotano gli inquirenti, lo stesso riferiva che «si trattava di prelievi ematici e di urine, prelevati personalmente da propri familiari e destinati ad essere analizzati presso il laboratorio interno all’Unità operativa complessa».

Le analisi, fatte sotto forma
di «piaceri» ad amici e parenti

Gli inquirenti annotano anche altri episodi, tra questi quello di un medico radiologo che «giungeva presso il laboratorio con tre provette contenenti liquido verosimilmente ematico asseritamente prelevato da una donna che di fatto l’accompagnava, destinato ad essere analizzato presso il suddetto laboratorio; un infermiere addetto al reparto Urologia chirurgica, giungeva con una provetta contenente liquido verosimilmente ematico, destinato ad essere analizzato presso il suddetto laboratorio; il direttore dell’Uo Risk Management, giungeva con un campione di urina in barattolo, asseritamente proprio, destinato ad essere analizzato presso il suddetto laboratorio». C’è poi l’addetta al reparto di Nefrologia, che viene notata mentre reca un campione di urine contenute in un vetrino – appartenenti al marito – e destinato ad essere analizzato in loco.