martedì, Novembre 29, 2022
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Omicidio Solimene: «Rifiutò la mesata e Ciccarelli capì che uccise Iavarone»

Il pentito Masi rivela i sospetti del boss e il movente dell’epurazione interna al clan di Caivano: «Emilio preferì gestire la piazza e minacciò di fare un clan tutto suo»

di Luigi Nicolosi

Emilio Solimene sarebbe stato in procinto di creare un clan tutto suo e avrebbe persino spiattellato il proprio piano in faccia al ras di Caivano, all’epoca da poco torna a piede libero. Risiederebbe qui, secondo il super pentito Gennaro Masi, il movente del tremendo omicidio dell’ottobre 2014: un delitto per il quale appena pochi giorni fa sono finiti in manette, oltre al boss Antonio Ciccarelli “munnezz”, inquadrato come il mandante, anche i tre presunti esecutori materiali.

«Quando Ciro Lobascio riferì l’accaduto ad Antonio Ciccarelli, questi immediatamente convocò me e Mariano Vasapollo e ci ordinò di uccidere Emilio Solimene. L’ordine ci fu dato da Antonio Ciccarelli nelle scale, sul pianerottolo, del fabbricato posto due palazzi prima dello stabile occupato da Rosetta “’a terrorista”», parola del collaboratore di giustizia Gennaro Masi, ex killer del clan Ciccarelli del Parco Verde, che nel corso dell’interrogatorio al quale è stato sottoposto il 20 dicembre 2016 ha ricostruito la sanguinosa vicenda. Secondo il pentito, si sarebbe dunque trattato di un’epurazione interna alla cosca.

Per capire fino in fondo la genesi dell’omicidio occorre però fare un passo indietro e precisamente al periodo in cui Antonio Ciccarelli era finito in carcere, cedendo la reggenza del clan a due suoi fedelissimi: Mattia Iavarone, ucciso anch’egli in un agguato nel corso del 2014, ed Emilio Solimene. Proprio quest’ultimo, infatti, sarebbe stato in seguito sospettato di essere il responsabile dell’assassinio di Iavarone: «Subito dopo che fui scarcerato – ha raccontato Masi – aprii una piazza di erba sotto al bar. Fui avvicinato da Solimene, il quale mi disse “io ancora non devo morire, quando lo faranno ti prendi la piazza”. Spiego meglio, un’ora dopo essere stato scarcerato, Antonio Ciccarelli aveva convocato al proprio cospetto Corrado Schiavoni, Antonio Cocci, Emilio Solimene e un’altra persona. Ciccarelli chiese ai quattro chi avesse ucciso Mattia Iavarone durante la propria detenzione. Ciccarelli era adirato e quindi voleva sapere chi lo avesse ucciso. Non si è mai avuta risposta». Ma il tribunale della camorra avrebbe comunque fatto il proprio corso.

Secondo Masi i sospetti del boss Ciccarelli si sarebbero infatti via via sempre più concentrati sull’atteggiamento di Solimene: «Ciccarelli lo chiamò e gli chiese “vuoi la piazza o il mensile?”. In modo inaspettato Solimene rispose che voleva la piazza. Tale scelta nel nostro ambiente rappresenta una pesante retrocessione nel ruolo criminale. Infatti la gestione di una piazza è un compito meno importante e meno remunerativo rispetto al ruolo di affiliato del clan, che riceve tra i 7.000 e fino a 10.000 euro mensili. La risposta di Solimene fu interpretata da Ciccarelli come un segno di paura di Solimene, conseguente a un suo coinvolgimento nell’omicidio di Mattia Iavarone».

La sentenza di morte sarebbe stata però emessa dopo un’ulteriore episodio. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: «Dopo una settimana – ha riferito Masi ai pm – Ciro Lobascio incontrò per caso Solimene fuori a un bar di Frattamaggiore o Frattaminore. Solimene allora lo provocò “che c’è? Stai facendo da specchiettista? Devi avvisare Tonino Ciccarelli che sto qua, così quelli mi vengono a uccidere? Allora fa’ una cosa, dì a Tonino Ciccarelli che io faccio clan a parte. Quando Lobascio riferì l’accaduto a Ciccarelli, questi immediatamente convocò me e Mariano Vasapollo e ci ordinò di uccidere Solimene. Ciccarelli testualmente disse “amma accirer a Emilio… Emilio non ha capit manc ’o cazz”». Di lì a breve i killer portarono a compimento l’ordine impartito dal ras del Parco Verde.

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