(Nella foto Marco Di Lauro e la vittima Attilio Romanò)

Terremoto in Cassazione, annullata per la seconda volta la sentenza d’appello: determinante le incongruenze emerse dai racconti dei pentiti

di Luigi Nicolosi

Omicidio dell’innocente Attilio Romanò, accuse in frantumi per il boss Marco Di Lauro. La Corte di Cassazione, accogliendo le argomentazioni difensive degli avvocati Gennaro Pecoraro, Sergio Cola e Andrea Imperato, ha cancellato per la seconda volta l’ergastolo inflitto in precedenza al ras di Secondigliano. A questo punto dovrà quindi essere celebrato un nuovo processo d’appello. Determinanti ai fini del pronunciamento della Suprema Corte si sono rivelate le gravi incongruenze emerse nei giudizi merito dalle accuse lanciate dai collaboratori di giustizia Lombardi, Capasso e Prestieri. 

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L’agguato datato 25 gennaio 2005 ha avuto diversi sviluppi giudiziari che hanno coinvolto i vertici del clan Di Lauro impegnati in quel periodo nella guerra con gli Scissionisti per il controllo di Scampia e Secondigliano. Marco Di Lauro era stato già condannato all’ergastolo ma la Cassazione già una prima volta aveva annullato con rinvio la sentenza di secondo grado. In un primo momento venne indagato anche il fratello di Di Lauro, Cosimo, capoclan fino al proprio arresto, scettro poi passato proprio a Marco.

Fu il fratello minore, secondo i pentiti, a continuare la strategia stragista del fratello e provando a eliminare gli obiettivi militari della fazione avversa. Tra questi non c’era sicuramente Attilio Romanò, persona completamente estranea alle dinamiche criminali e ucciso per uno scambio di persona. Il reale obiettivo era Rosario Pariante, elemento di spicco degli Scissionisti e successivamente diventato collaboratore di giustizia. A entrare nel negozio di telefonia fu Mario Buono, detto “topolino”, che fece fuoco contro il giovane innocente. Romanò morì sul colpo e di lì a qualche tempo si sarebbe anche dovuto sposare. Di quel delitto Marco Di Lauro, ad oggi, non fu però il mandante.

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