Maro Di Lauro

Il ruolo dei collaboratori di giustizia.

Marco Di Lauro ha appreso della condanna all’ergastolo emessa dalla Corte di Assise di Appello di Napoli collegato in videoconferenza con il carcere di Sassari, dove è detenuto. Venne condannato in primo e in secondo grado all’ergastolo poi la pena venne cancellata dalla Cassazione che si rifece al pronunciamento del Tribunale del Riesame. La Suprema Corte ha quindi disposto un nuovo processo d’appello per l’ex superlatitante, acciuffato lo scorso marzo, dopo 15 anni di latitanza. L’accusa, rappresentata dal procuratore generale Carmine Esposito, nella scorsa udienza, ha presentato atti riguardanti l’attendibilità di due collaboratori di giustizia, Antonio Accurso e Gennaro Puzella le cui dichiarazioni in relazione all’omicidio Romanò sono state contestate dai legali di Marco Di Lauro, gli avvocati Gennaro Pecoraro e Sergio Cola.

“Non abbiamo messo in discussione l’attendibilità dei collaboratori di giustizia in generale, – ha detto l’avvocato Pecoraro – noi mettiamo in discussione l’attendibilità dei collaboratori in relazione a questa vicenda giudiziaria per la quale riferiscono fatti appresi da terzi e non appresi in prima persona. La stessa Corte di Cassazione – ha ricordato Pecoraro – ha detto per quanto i collaboratori possano riferire circostanze apprese da altri in ordine alla strategia omicidiaria di Marco Di Lauro, comunque non vi è nessun riferimento diretto”.

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Secondo una ricostruzione l’agguato in cui morì Attilio Romanò, avrebbe avuto un duplice movente: manifestare la forza del clan, nonostante l’arresto del reggente Cosimo e convincere gli investigatori che non fosse Cosimo Di Lauro a decidere le azioni di fuoco, o almeno non solo lui, come si ipotizzava. Le motivazioni della sentenza saranno rese note entro 60 giorni.