(Nelle foto il pentito Scafuto, il boss Puca e il delitto di Imma Capone)

Delitto Capone, le rivelazioni del pentito Scafuto gettano nuove ombre su un’indagine che, dopo sedici anni, potrebbe ancora non essere chiusa

di Luigi Nicolosi

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Un patto di sangue tra i due clan più potenti dell’hinterland nord di Napoli per eliminare il boss in gonnella che aveva deciso di fare di testa propria. Dietro l’omicidio di Immacolata Capone, assassinata in un agguato di camorra il 17 marzo del 2004, ci sarebbe non soltanto la mano dei Moccia, cosca alla quale la vittima apparteneva con un ruolo verticistico, ma persino quella del clan Puca di Sant’Antimo e in particolare del ras Pasquale “’o minorenne”. Parola del super pentito Salvatore Scafuto, l’uomo che insieme al neo collaboratore di giustizia Michele Puzio ha contribuito più di altri alla soluzione del cold case.

La circostanza, ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria, è stata riferita da Scufuto nel corso dell’interrogatorio al quale è stato sottoposto nell’autunno del 2015. Un lungo colloquio nel corso del quale il pentito ha riferito ai pm della Dda ogni informazione in suo possesso in merito al delitto Capone: «Quando è morto Giorgio (Salierno, marito e vittima di Imma Capone, ndr), Filippo (Iazzetta, ndr) mi ha mandato a chiamare perché lui era convinto che l’avessi ammazzato io, ma siccome io a Giorgio gli volevo bene, perché con me si è sempre comportato bene, solo che qualche anno prima c’era stato uno screzio fra me e Giorgio, ma poi abbiamo chiarito… insomma, è finita lì. Filippo Iazzetta mi ha mandato a chiamare perché aveva saputo che lo aveva portato a dama un certo Raffaele Iannelli, che poi è morto, l’ha ammazzato pure lui. Lui sapeva che Raffaele Iannelli era amico mio e ha pensato che Iannelli me lo aveva portato a me per ammazzarlo, mentre io non sapevo niente».

L’omicidio di Salierno, fedelissimo dei vertici del clan Moccia, aveva dunque creato non poche fibrillazioni all’interno della cosca. I boss del resto non sapevano però ancora che la vera responsabile era la moglie. Ad ogni modo Scafuto respinse con fermezza ogni ipotesi di accusa e anzi rilanciò: «Dissi, penso che avete perso i sensi. Se avete ammazzato il marito, dovevate ammazzare pure la moglie, perché lei sa un sacco di cose vostre. E così poi abbiamo saputo che era stata la moglie. Anzi, l’hanno saputo loro, perché a me l’hanno detto i Moccia». A questo punto il pentito entra nel merito di quanto gli sarebbe stato rivelato: «A me l’ha detto Filippo Iazzetta. Mi disse solamente che Imma Capone… in quel periodo Antonio Moccia abitava in appartamento di Imma Capone, in quanto stava aggiustando casa sua. Eh, parlando di questo cosa mi ha detto che quella era una morta che camminava. Avevano deciso di ammazzarla, però l’appoggio gliel’avrebbe dato Pasquale… Pasquale Puca. Questo me l’ha datto Michele Uccione (Puzio, ndr), mi disse il particolare proprio, che quando è andato a sparare a Imma Capone lei se n’è accorta e ha cominciato a scappare, lui l’ha inseguita». Per l’atroce delitto del 2004 pochi giorni fa sono finiti in manette, oltre al pentito Puzio, reo confesso, anche Filippo Iazzetta, Francesco Favella “’o cecce” e Giuseppe Angelino “’o lupo”. Stando a quanto sostenuto da Scafuto il cerchio delle responsabilità potrebbe però non essere ancora del tutto chiuso.