Il clamoroso esito degli accertamenti fiscali eseguiti su Antonio Mennetta dopo l’apertura di una grafferia sospetta a Secondigliano

di Luigi Nicolosi

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Quasi vent’anni di malavita e una dichiarazione dei redditi da nullatenente. È questo l’inquietante profilo fiscale che gli inquirenti della Procura di Napoli hanno tratteggiato a proposito di Antonio Mennetta, il giovane boss della Vanella Grassi da tempo detenuto ma colpito poche settimane fa da una nuova inchiesta per riciclaggio e interposizione fittizia di beni. Ebbene, dal 1997 al 2015 il ras secondiglianese ha percepito redditi da lavoro dipendente per meno di 14.300 euro: una cifra pressoché irrisoria, dal momento che alla famiglia Mennetta vengono ancora oggi ricondotti mastodontici traffici di droga e la titolarità di fatto di numerose attività commerciali, ultima in ordine di tempo la nuova grafferia che è costata l’arresto anche alla mamma di Mennette, la signora Nunzia Petriccione.

Proprio gli accertamenti economico-patrimoniali eseguiti su Petriccione hanno permesso ai pm della Dda di Napoli di scoprire che la madre del boss dal 1997 al 2019 ha dichiarato all’Erario appena 3.218 euro. Eppure secondo gli inquirenti la donna avrebbe fatto un investimento di almeno 30mila euro per inaugurare e avviare la nuova grafferia, con tanto di assunzione di personale, intestazione delle utenze e pagamenti ai fornitori. Insomma, i conti non sembrano proprio tornare.

E, se possibile, tornano ancora meno a proposito del figlio ras. Gli investigatori hanno infatti riscontrato che Antonio Mennetta, nella sua carriera di “contribuente”, ha dichiarato 538 euro nel 2001, 4.600 euro nel 2011 e 9.131 euro nel 2012. Per tutte le altre annualità fiscali non era stata invece presentata alcuna dichiarazione dei redditi. Sul fronte patrimoniale, Mennetta risulta invece proprietario di un unico locale: un piccolo negozio in via Fosso del Lupo, a Secondigliano, acquistato dal nonno per poco meno di 26mila euro. Tante zone d’ombra e altrettante omissioni, che hanno spinto gli inquirenti a emettere un “verdetto” impietoso: «Dai suddetti accertamenti si deduce che si tratta di un nucleo familiare praticamente impossidente». Ma solo sulla carta: «Sussitente anche in questo caso la contestata aggravante in relazione ai capi di riciclaggio e autoriciclaggio».