Con un importante cambio di scena, la serie Hbo sembra modificare la mappa intellettuale dei luoghi della teatralogia napoletana di Elena Ferrante. Ce ne parla la professoressa Stiliana Milkova.

di Barbara Alfano.

Troy, NY, USA — È domenica sera, sono le dieci, domani si lavora ma non ha importanza: c’è l’ultima puntata della seconda serie de L’amica geniale su HBO e tu ti senti come il Lettore di Calvino quando apre per la prima volta Se una notte d’inverno un viaggiatore… Posi la tisana sul tavolino di fronte a te poi la sposti su quello alla tua sinistra perché non puoi raggiungere la tazza col poggiapiedi della poltrona alzato. Ma perché non ho un tavolino a destra? La coperta è tutta storta, come al solito, e si è impigliata nel meccanismo della reclinabile. Vai di nuovo su e giù con la leva. Ti sistemi come si sistema un sacco di patate nell’angoliera della cucina, incastrato e che non si muova! Finalmente metti le cuffie. Macché! Il bluetooth non è partito. Riabbassi il poggiapiedi. Vai dietro la tivvù e inizi la danza del metti e togli l’aggeggio dalla porta USB. Non funziona mai prima del terzo tentativo. Di là suonano il clarinetto. Ma chi le ha inventate le case a pianta aperta… Ti risiedi. È tutto a posto. Espiri sorridendo e schiacci “play.” “Vuoi saltare la sigla?” ti si chiede sullo schermo in basso a destra. No, vuoi vedere soprattutto quella che di per sé è un intero romanzo su Napoli! Ma guarda che si vede anche Pisa nella sigla. Oddio… i sottotitoli in inglese! Concentrati, non leggerli. Ora sei a casa. Di fronte a te c’è l’Italia, non è Napoli, ma non c’è mica solo Napoli ne L’amica geniale? Non me la ricordavo così bella, Pisa. Poi, non ci sei più. Ci sono Pietro e Elena che passeggiano. Pietro e Elena al ristorante con la famiglia di lui, gli Airota. Elena che si decide a baciare Pietro. Pietro che guarda Elena tutto eccitato e le chiede di andare a trovare lui e la famiglia a Torino. Torino… Sorridi perché ci sei stata da poco, poi ti blocchi con la tazza tra le labbra. La poggi lentamente a terra. Torino? E che c’entra Torino? Non sono di Genova, gli Airota? La puntata continua ma tu sei rimasta lì, sul viso illuminato di Elena che non ti risponde. Avrai capito male. Prendi il telecomando e torni indietro. Okay, Pietro ha detto proprio Torino. Forse, in questo sceneggiato, gli Airota si trasferiscono in Piemonte. Quindi torni ancora più indietro, alla scena del ristorante –magari lì ne parlano. Riascolti la conversazione a tavola. Niente. Non si nominano né Torino né Genova. Magari prima, durante la passeggiata di Pietro e Lenù tra le viuzze di Pisa e sul lungarno. No. Finisci di guardare la puntata stando molto, molto attenta ad ogni frase detta. Elena conferma che Pietro vive con la famiglia a Torino. A televisore spento cerchi di fare il conto delle città presenti nel secondo romanzo del ciclo de L’amica geniale su cui questa serie televisiva è basata, Storia del nuovo cognome (Edizioni e/o, 2012). Allora, a Milano vive la sorella di Pietro, sí. Dopo il matrimonio, Pietro e Elena vanno a vivere a Firenze, sí. Forse, però, mi ricordo male… La mattina dopo corri al computer, apri l’app di Kindle per fare una ricerca su almeno tre dei romanzi del ciclo: non ti vergogni? Sono anni che studi Ferrante e devi andare a ripescare le informazioni? Cominci con “Torino,” passi ad “Airota,” poi “Genova.” No, proprio no! Nella quadrilogia, gli Airota vivono e hanno sempre vissuto a Genova. Sarà poi così importante questa anomalia geografica? In fondo qui si tratta di un adattamento e il regista, Saverio Costanzo, propone una sua visione della storia. Elena Ferrante, collaboratrice alla sceneggiatura della serie televisiva, ci ha spiegato ne La frantumaglia e in altri testi che la finzione, per comunicare la verità, deve ricorrere alla bugia. Forse, con questa manipolazione della storia originale, Costanzo sta privilegiando un aspetto particolare della verità di Elena Greco? Stliana Milkova, prominente studiosa di Elena Ferrante, ci spiega che il cambiamento di città non è un dettaglio da poco. Torino è uno spazio rilevante nella tetralogia napoletana e il cui significato per l’emancipazione di Elena sembra essere stato sovvertito dalla scelta degli autori televisivi. Milkova ha infatti pensato bene di scrivere un commento dettagliato sulla questione: “On a Change of Location in Season 2 of My Brilliant Friend”(Sul cambio di un luogo nella seconda serie de L’amica geniale) che è in uscita sul salone letterario digitale Arcade, nel colloquio dedicato all’opera di Elena Ferrante. Milkova è docente di Letteratura Comparata all’Oberlin College & Conservatory dell’Ohio, U.S.A., specializzata in letteratura italiana contemporanea e nelle letterature russa e dell’Est europeo. Nel 2021 uscirà il suo libro Elena Ferrante as World Literature per i tipi di Bloomsbury Academic.

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D: Stiliana, tu ti occupi da diversi anni della relazione tra i personaggi della Ferrante e i territori urbani in cui si muovono, vivono, cambiano. Nel 2017 hai pubblicato un articolo in cui spieghi che nei romanzi dell’autrice “la città assieme a tutte le forme della metropoli – strade, piazze, negozi, vetrine, tunnel, mezzi di trasporto – assiste alla costruzione dell’identità femminile lasciando intanto delle tracce sia letterali sia metaforiche sui corpi delle protagoniste” (“Il Minotauro e la doppia Arianna: Spazio liminale, labirinto urbano e città femminile ne L’amica geniale di Elena Ferrante,Contemporaneano 15, pp. 77-88). Nello stesso testo scrivi che in Ferrante rinegoziare il rapporto con la topografia urbana rappresenta un modo di sovvertire l’eredità patriarcale. Come interpreti, quindi, lo scambio vistoso di Genova con Torino nella serie di HBO?   

R: È molto curioso questo scambio. La serie televisiva creata da Saverio Costanzo è tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante L’amica geniale (2011-2014). Le prime due stagioni presentano un adattamento piuttosto fedele al testo dei primi due romanzi L’amica geniale e Storia del nuovo cognome. Tranne una discrepanza sconcertante.

Nell’ultimo episodio della seconda stagione, Pietro Airota, il futuro marito di Elena, porta la fidanzata a pranzo con i genitori e la sorella. Il padre è uno degli intellettuali più stimati in Italia, la madre Adele––una donna erudita ed elegante— e la sorella Mariarosa, professoressa di storia dell’arte a Milano­­. Dopo il pranzo Pietro invita la fidanzata a fargli visita a Torino. L’illustre famiglia Airota assume un ruolo chiave per la scalata sociale e professionale di Elena, la timida studentessa proveniente da un rione sottoproletario della periferia napoletana. Alla fine dell’episodio, il primo libro di Elena viene pubblicato grazie ai contatti di Adele.

Nel testo letterario però la famiglia Airota abita a Genova e non a Torino. Questo scambio di luogo destabilizza la fondazione narrativa della tetralogia e smonta l’impostazione topografica dei romanzi. E la topografia urbana nella poetica ferrantiana sovverte l’eredità patriarcale. Vediamo qual è il ruolo di Torino nei quattro volumi de L’amica geniale.

Innanzitutto, la tetralogia—il racconto lungo in prima persona di Elena Greco––si svolge dentro una cornice narrativa ambientata a Torino. Nel prologo Elena, ormai una scrittrice riuscita, scopre che la sua amica Lila è sparita, cancellando ogni traccia della sua esistenza. Quindi Elena si mette a scrivere la storia della loro amicizia. Torino costituisce il punto di partenza della scrittura di Elena, il luogo concreto da cui scaturisce il ciclo de L’amica geniale.

Torino è anche il punto di arrivo per Elena. Dopo decenni passati a combattere la prepotenza dell’élite culturale maschile, Elena riesce a costruire una carriera da scrittrice evadendo il più possibile la gabbia patriarcale. Ormai cinquantenne accetta un lavoro ambito a Torino come direttrice di una casa editrice. Elena finalmente raggiunge la libertà intellettuale e professionale occupando il centro della produzione letterario-culturale. Questa nuova posizione e il trasloco a Torino simbolizzano l’emancipazione definitiva di Elena dagli Airota: “Negli anni di Torino […] mi sentii di gran lunga più stimata, direi anzi più potente di quanto era stata Adele ai miei occhi decenni prima” (Storia della bambina perduta, Edizioni e/o, 2014, p.430).

Infine, la tetralogia si chiude con un epilogo ambientato a Torino portando in quel modo il lettore al punto di origine del testo, completando il percorso circolare della narrazione. Un fatto interessante è che Elena Ferrante specifica più volte l’indirizzo di Elena a Torino—vicino al ponte Principessa Isabella e accanto al parco del Valentino. E questo è l’indirizzo anche di Olga ne I giorni dell’abbandono. Sia l’appartamento di Elena sia quello di Olga sono luoghi reali e trovabili sulla mappa di Torino. Il realismo cartografico di Elena Ferrante fa parte della sua poetica della topografia femminile.

Ma per ora voglio sottolineare il ruolo cruciale di Torino quale cornice urbana e simbolica della narrazione di Elena Greco nella tetralogia L’amica geniale.

Adesso cerchiamo di capire come lo scambio effettuato da Saverio Costanzo—Torino nel posto di Genova––scomponga il testo letterario.

Stabilire Torino quale luogo di abitazione degli Airota––e dunque anche la sede del loro potere intellettuale, vuol dire (dis)perdere l’energia emancipante che la città ha per Elena nei romanzi. Il trasferimento di Elena a Torino significa il suo ritorno all’ambito maschile e patriarcale, alla casa simbolica dei suoceri e dell’ex-marito.

Torino in quanto domicilio degli Airota destabilizza la cornice de L’amica geniale, collegando la voce narrante di Elena non all’amica Lila, bensì alla suocera che ha fatto pubblicare il primo libro di Elena. Lo scambio di Genova con Torino modifica radicalmente la fondazione della tetralogia, di fatto spostando la genesi del racconto di Elena.

La funzione simbolica e topografica di Torino viene cancellata nella serie televisiva. Mi stupisce che una tale cancellazione sia stata realizzata dalla squadra molto capace e professionale di Costanzo che include Elena Ferrante stessa. Può trattarsi di un caso di sovrascrittura della presenza (o la voce) autoriale della narratrice con la visione cinematografica del regista?

D: Continuiamo a parlare di Torino. Nel giugno del 2018, alla conferenza dell’American Association for Italian Studies (Istituto Sant’Anna, Sorrento) hai presentato la relazione, di cui traduco il titolo, “Camminando per la città: nuova mappatura dello spazio urbano in Elena Ferrante” e nella quale parlavi di Torino ne I giorni dell’abbandono (Edizioni e/o, 2002). Che significato assume la città in quel romanzo?

R: È interessante il ruolo di Torino ne I giorni dell’abbandono. Lo spazio urbano è importante per la narrazione di Olga e pure per lo sviluppo della trama. Il racconto si svolge attraverso la mappa di Torino––Olga descrive minuziosamente i suoi percorsi per la città che a loro volta scandiscono le tappe del suo percorso psichico. Due anni fa ho trascorso un paio di settimane a Torino camminando lungo tutti i percorsi di Olga e tracciandone la mappa, seguendo i suoi passi raccontati nel libro. Ho localizzato i luoghi degli eventi cruciali––strade, incroci, edifici, orinatoi pubblici, monumenti, tunnel, giardini, un asilo, una lapide commemorativa che Olga scorge durante uno dei suoi itinerari, e perfino una scritta che lei legge per caso. Ho cercato di percepire la città tramite l’ottica e il corpo di Olga. Sono stata fortunata ad avere l’aiuto e la perizia di amici e studiosi torinesi.

La mia ricerca è stata istruttiva. Alcune delle mie conclusioni: il realismo topografico di Elena Ferrante (di cui ho scritto in un saggio che sta per uscire in Italian Culture e anche nel mio libro che uscirà l’anno prossimo) ha a che fare con la soggettività e il corpo femminile, con il nesso tra realtà psichica e realtà cartografica. Da una parte il realismo topografico ferrantiano descrive accuratamente l’esperienza di muoversi per una città ostile costruita e intesa per il corpo maschile. D’altra parte, i movimenti di Olga una volta scatenati dalla gabbia patriarcale scompigliano l’ordine che organizza lo spazio urbano.

D: Genova, ne L’amica geniale, è uno specchio di mare che si vede da un’ampia vetrata a casa degli Airota –una vista lussuosa che Elena Greco vuole preservare per le figlie quando si trasferisce a Napoli, a via Tasso. Come interpreti gli spazi che si affacciano sul mare nei testi ferrantiani?

R: Bellissima domanda! Sono cresciuta in Bulgaria, sul Mar Nero, a due passi dalla spiaggia, in una casa i cui balconi si affacciavano sul parco e sul mare. La vista sul mare era per me una realtà imprescindibile, ma per Elena Greco non è così. Ricordiamo che da bambine Lila ed Elena decidono di andare al mare allontanandosi oltre i confini del rione. Lila si ritrae e non vuole proseguire. Elena invece desidera la libertà e la distanza (geografica e pure simbolica) che per lei rappresenta il mare e perciò vuole continuare.

A Genova, la casa degli Airota ha una finestra grande che dà sul mare. Elena ambisce sia al lusso della casa luminosa sia alle stanze piene di libri e di tappeti preziosi. Al simbolismo del mare dunque si aggiunge anche lo status sociale e intellettuale. Quando lei si trasferisce a Napoli cerca di ricreare appunto l’atmosfera della casa dei suoceri e affitta un appartamento in via Tasso, una strada ripida, anche per indicare la sua ascesa sociale.

Nell’immaginario ferrantiano il mare è uno spazio eterotopico e liminale in cui si incrociano e intrecciano desideri, punti di vista, mondi e lingue, passato e presente. Ne La frantumaglia, Ferrante paragona la baia di Napoli al mare siciliano descritto da Tomasi di Lampedusa nel racconto “La sirena”––un crocevia di antichità e modernità. In un altro romanzo ferrantiano, La figlia oscura (Edizioni e/o, 2006), la narratrice Leda affitta un piccolo appartamento con vista sul mare. Anche per lei il mare diventa una zona liminale che scatena una serqua di ricordi e gesti repressi i quali agiscono direttamente sulla sua narrazione nel presente.

Il mare fa parte anche della trama del suo libro per bambini La spiaggia di notte (Edizioni e/o, 2007). La bambola Celina, smarrita e poi stuprata metaforicamente da una figura maschile (che le ruba le parole ficcandole un amo nella bocca), sta per annegare quando viene salvata ed emerge dall’acqua gridando “mamma.” Qui l’immagine del mare comprende anche un simbolismo ancora più profondo—il grembo materno, il parto, il cordone ombelicale, ma anche la violenza fisica o simbolica (rubare le parole) contro il corpo femminile. Ricordiamo il mito amato da Ferrante e specie la variante in cui Arianna, abbandonata da Teseo, incinta e soffrendo il mal di mare, muore durante il parto.

D: Alla fine del saggio che leggeremo presto, ti chiedi come la metterà Costanzo con il cambio di città nelle prossime serie televisive dedicate a L’amica geniale. Cosí, lasciando correre la fantasia a briglia sciolta, secondo te che cosa vedremo a riguardo?

R: Mi sono piaciuti molto i due episodi a regia di Alice Rohrwacher––gli episodi ambientati a Ischia––la luce intensa dell’estate, l’intensità dei rapporti, i colori e le ombre, lo spazio liminale della spiaggia. Uno scenario possibile: Costanzo affida la soluzione del cambiamento di città ad Alice. Lei e la sorella Alba, che interpreta la voce narrante (voice-over) di Elena nella serie televisiva, trovano un modo creativo e tutto loro per restituire alla serie televisiva la cornice topografica e la voce autoriale. Mi viene in mente ciò che scrive Ferrante ne L’invenzione occasionale a proposito della creatività femminile: “Siamo già tutte da troppo tempo dentro la gabbia maschile e ora che quella gabbia sta cedendo una donna-artista deve essere assolutamente autonoma, la sua ricerca non deve trovare ostacoli, soprattutto se è ispirata dal lavoro, dal pensiero, di altre donne” (Edizioni e/o, 2019, p. 82).