La triste insegna di un negozio chiuso per racket (foto di repertorio)

Due imprenditori amici del clan commentano (intercettati) la condotta (per loro discutibile) del collega vessato dai signori del racket

La beffa oltre al danno, capita spesso in terra di camorra, a chi sceglie la strada di non avere a che fare con ambienti criminali, nemmeno e più che mai per mitigare la richiesta del pizzo. E’ la storia di un imprenditore minacciato più volte dagli emissari di un clan del Vesuviano, che però alla fine troverà la forza di vincere la paura infusa in sé e nei suoi familiari, e denuncerà tutto alle forze dell’ordine. Partono le indagini e vengono monitorate anche le utenze telefoniche di alcuni commercianti, ritenuti essere legati al cosca. In una occasione si intercetta la conversazione che intercorre tra due imprenditori. Il primo chiama il suo amico (commerciante all’ingrosso di abiti), e questi comincia a discutere del loro «collega» che a sua detta, «non si sa comportare con il “compare” nostro».

Nei fatti, in più di una occasione, l’imprenditore che poi subirà numerose richieste estorsive, ha secondo le due persone intercettate, il torto di non essersi rivolto al boss, quando gruppi criminali sono andati a pretendere il pizzo. «Dico io: se viene qualcuno a chiedere i soldi, tu devi andare dal “compare” e cercare di apparare (di risolvere la situazione, ndr). Quello no, sbaglia a comportarsi, e allora fanno bene che poi ti vengono a bussare sempre», afferma uno degli uomini al telefono. «Hai ragione, metti a me. Io avevo un problema con certi della provincia di Salerno, quando mi aprii il magazzino là. Vennero sotto e mi chiesero 10mila euro. Io senza scompormi, dissi: va bene, datemi un paio di giorni di tempo. Presi e andai dal “compare”, e quello non fece venire più a nessuno. E per non far vedere, comunque gli feci un regalo sia a lui, che a loro. Me ne uscii con 5mila euro», racconta l’altro imprenditore.

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