Don Aniello Manganiello

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di Giancarlo Tommasone

La sparatoria di venerdì scorso in Piazza Nazionale attuata da un killer tuttora braccato dalle forze dell’ordine, oltre all’obiettivo del raid, il 31enne Salvatore Nurcaro, ha coinvolto anche una bimba di quattro anni, Noemi, e sua nonna (50 anni). Il 31enne è stato raggiunto da sei pistolettate (le sue condizioni continuano ad essere critiche), la donna colpita di striscio al gluteo. Un proiettile, invece, ha perforato entrambi i polmoni di Noemi; la bimba è ricoverata all’ospedale Santobono, le sue condizioni restano gravi, anche se stabili, la prognosi, ovviamente, non è stata ancora sciolta. L’episodio, dall’estrema gravità, ha visto circa 500 cittadini scendere in piazza, domenica scorsa, nello stesso slargo in cui è avvenuta la sparatoria. Stylo24 ha raccolto, sull’accaduto, le considerazioni del sacerdote anticamorra, don Aniello Manganiello. Che nelle scorse ore ha pubblicato sul suo profilo Facebook, un post molto critico, in cui invita i cittadini a denunciare.

Don Aniello, lei ha scritto: cari napoletani dovete denunciare. Non risolvete nulla con le manifestazioni. Non serve a nulla scendere in piazza contro la camorra?
«Le marce anticamorra potrebbero pure servire, se ci fosse però a supporto una sintonia a livello di denunce, di contrasto alla criminalità organizzata. Se ci fosse sinergia da parte delle forze dell’ordine, delle istituzioni, della magistratura. Ma soprattutto se si sentisse la presenza, con iniziative, da parte degli amministratori, forse i più latitanti dal punto di vista dell’impegno da profondere».

Parla di amministratori locali?
«Sì, di quelli comunali, quelli municipali. Mi riferisco a quelli che dovrebbero essere più a contatto con il territorio, quelli che rappresentano il primo ‘presidio’ di legalità, quello più prossimo».

Quale, secondo lei, il compito del governo centrale?
«Quello di dare il buon esempio. Deve contrastare la corruzione e l’illegalità che si possono manifestare all’interno delle istituzioni nazionali. Mentre l’impegno maggiore, ripeto, deve essere profuso dagli amministratori locali. Altrimenti il cittadino continuerà soltanto a scendere in piazza, ma non denuncerà. E continuerà a girare la faccia dall’altra parte nel caso si verifichi un altro episodio come quello di Piazza Nazionale».

Il cittadino non denuncia perché ha paura?
«Anche per questo, certo. Io ho sempre denunciato le minacce subite, l’illegalità, ma in fin dei conti non ho una famiglia da difendere. Mi rendo conto, invece, che chi ha dei figli, temendo di essere coinvolto, temendo per l’incolumità dei propri cari, non si espone».

Come si può invogliare il cittadino a denunciare, come si può aiutarlo a non avere paura?
«Attraverso la vicinanza e il sostegno delle istituzioni, prima di quelle locali; attraverso la certezza della pena per chi delinque. Con lo Stato che deve impegnarsi con l’aggressione alle organizzazioni criminali e di contro deve far sentire al cittadino che non è solo, che se fa la sua parte sarà sostenuto sempre e non dovrà temere alcunché. Naturalmente tutto ciò si attua con delle garanzie di tutela da parte delle istituzioni verso i cittadini. Garanzie che vanno rispettate, come pure vanno fatte rispettare le regole, e si deve agire efficacemente contro chi le infrange».

Maggiore presenza di forze dell’ordine, cultura della legalità, aggressione patrimoniale dei clan: quale il mezzo più efficace per contrastare la camorra?
«Ogni fattore ha la sua valenza, messi in campo tutti, costituirebbero un impianto decisivo e risolutivo per la lotta alla criminalità. Anche se continuo a credere che i camorristi, li sconfiggi, quando gli levi il denaro. Il loro potere di prevaricazione si basa principalmente sui soldi e sull’ostentazione di ricchezza. E allora la prima mossa da compiere, secondo me, è quella di lasciare chi delinque, senza niente. Levargli tutto. Ma in maniera decisa e risolutiva, senza sconti e senza rinvii. Senza denaro il camorrista diventa più debole della più esposta delle vittime».

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