Pasquale Legora de Feo e Pietro Spirito

Gli effetti del lockdown sullo scalo di Napoli, Stylo24 ha intervistato Pasquale Legora de Feo (ad Conateco e Soteco, e vertice di Conftrasporto Campania)

di Giancarlo Tommasone

Il lockdown innescato dall’emergenza coronavirus, naturalmente, ha ripercussioni negative importanti anche per il porto di Napoli. Mentre altre Authority sono intervenute immediatamente con misure per sostenere le imprese portuali (ci riferiamo anche alla riduzione e alla sospensione delle concessioni demaniali), l’Adsp del Mar Tirreno centrale, guidata dal presidente Pietro Spirito, su questo versante, temporeggia.

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Sullo stato attuale dello scalo partenopeo, sul prossimo futuro e sulla linea «attendista» seguita dai vertici di Piazzale Pisacane in questo frangente di emergenza globale, Stylo24 ha raccolto le considerazioni di Pasquale Legora de Feo, ad Conateco e Soteco (gruppo Msc), e presidente Conftrasporto Campania.

Misure anti-crisi per le imprese portuali, si registra l’impasse dell’Authority di Napoli, secondo lei, a cosa è dovuta?
«Il presidente Spirito vive un momento di estrema indecisione, perché si trova sotto attacco, da diversi fronti. Quello politico, in primis, e mi riferisco, in particolare, alla serie cospicua di interrogazioni parlamentari prodotte dal M5S sulla gestione dello scalo marittimo. E poi, c’è quello rappresentato dalle inchieste della Procura che hanno acceso i riflettori sul porto di Napoli. Certo questo è un momento di estrema gravità, e c’è bisogno di velocità e presenza. Un momento in cui l’intera filiera portuale sta soffrendo ed è in seria difficoltà. Il porto – non dimentichiamolo – dà lavoro, in maniera diretta, a seimila persone, e poi c’è l’indotto».

Qualche giorno fa, proprio lei, in veste di presidente di Conftrasporto, ha sollecitato Spirito all’intervento. Ha avuto risposte?
«Al momento nessuna, nemmeno una telefonata. E tra l’altro, non è stata neanche – non dico convocata – ma presa minimamente in considerazione, l’idea di una riunione con le imprese, con le parti in causa. Spirito ha il dovere morale di stare accanto a noi, alle aziende che operano nel porto, in questo momento delicatissimo. Ed è per tale motivo, che domani ho in programma di inviare un altro sollecito al presidente dell’Authority di Napoli. Nel caso in cui non continuasse a dare risposte, chiederò direttamente alla Regione, e in secondo step al Ministero, di intervenire con l’attuazione immediata delle misure. Non è possibile che il vertice dell’Adsp, tenuto e legittimato, a stare al fianco delle imprese in questo periodo di estrema gravità, sia completamente assente. Ora, invece, c’è bisogno di ‘capitani coraggiosi’ che devono, per forza di cose, dimostrare la propria valenza; c’è bisogno di presidenti molto più forti caratterialmente, molto più navigati».

Come giudica la gestione di Spirito, a quasi tre anni dall’insediamento?
«In questo periodo non ha messo, per niente mano ai punti cardini, ai problemi principali dello scalo partenopeo, primo di tutti il problema dei costi portuali. L’Adsp del Mar Tirreno centrale potrebbe cominciare a comparare i costi che si registrano a Napoli, con quelli, ad esempio, di Salerno. Ne dico una: una licenza di impresa a Napoli costa 180-190mila euro, a Salerno 25-30mila. La differenza è evidente anche se parliamo dello stesso tipo di autorizzazioni, ed è evidente il fatto che in questo modo il porto di Salerno sia più competitivo. E parliamo di scali sotto la ‘giurisdizione’ della stessa Authority».

Perché secondo lei non è stato affrontato il problema dei costi portuali?
«Al riguardo mi sono fatto una mia personalissima idea: credo che l’Adsp non intervenga, perché ha una produttività talmente bassa rispetto al costo alto del personale, che teme che un domani non entreranno i soldi per pagare gli stipendi».

Qual è il fattore principale da tenere in considerazione per il rilancio del porto di Napoli?
«L’unica infrastruttura che rilancerà seriamente lo scalo marittimo partenopeo è la Darsena di Levante, e il rilancio potrà esserci solo con la realizzazione di detta opera. E’ l’unica infrastruttura di cui il porto ha bisogno. Questo vuol dire che molte attività (mi riferisco a quelle dei container) si sposteranno più a levante, dando maggiore spazio ad altre imprese che resteranno al loro posto. E’ una questione anche di razionalizzazione, di raccordo e di vicinanza alla rete autostradale, che si snoda proprio ad oriente. La realizzazione della Darsena di Levante porterà dunque benefici anche alla viabilità all’interno dello scalo».

Da dove passa, invece, il rilancio nella fase immediatamente successiva al lockdown?
«L’unica cosa che in questo momento si può fare, è intervenire con le misure di sostegno alle imprese, che hanno subìto un contraccolpo pesantissimo. Intervenire, come stanno facendo le altre Authority, sulla riduzione, o sospensione, dei canoni di concessione, sui debiti pregressi, sul rinnovo automatico delle concessioni. C’è bisogno di velocità. Poi in seguito bisogna programmare tavoli di lavoro a medio e lungo termine, per discutere fattivamente su altre problematiche da affrontare: prima questione, quella dei collegamenti ferroviari».

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