Francesco Schiavone, a sinistra; e Nicola Schiavone, il figlio, a destra

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Nicola Schiavone sta parlando con i magistrati, portando avanti nel pieno la sua decisione di collaborare con la giustizia, presa lo scorso luglio. A fronte di una detenzione che va avanti dal 2010, anno in cui, da reggente del clan, venne arrestato. Ripercorrendo lo stesso destino di quel padre, Francesco, che, però, nonostante si trovi in carcere, al regime di 41 bis, da venti anni, continua a non mostrare alcuna volontà di percorrere la strada della collaborazione con la magistratura e le forze dell’ordine.

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Lo sfogo del padrino con il suo avvocato

Neanche adesso che, stando a quanto riferisce un articolo di ‘Repubblica’, a firma di Dario Del Porto, avrebbe definito “spaccata” la sua famiglia. E la colpa sarebbe tutta di quel figlio che “doveva studiare, invece ha fatto di testa sua”. Le parole provengono dallo stesso boss del clan dei Casalesi, riferite al suo legale, dalla sala colloqui del carcere di Parma, dove sconta la sua pena. E da dove ha saputo che sua moglie non si trova più nella casa di via Bologna, a Casal di Principe, lì dove ‘Sandokan’ ha imperversato, deciso, comandato, per anni, ma è entrata nel programma di protezione.

Mentre Nicola continua a parlare, toccando i più svariato argomenti. Dagli appalti alla politica. Zona d’ombra in cui è sempre difficile approdare. Le sue ultime dichiarazioni riguardano il modo in cui lui stesso esercitava il suo potere nella scelta del sindaco a Casal di Principe. “A Casal di Principe – riferisce Nicola Schiavone – accadeva che alcune persone si proponevano di andare ad amministrare il Comune come sindaco; queste persone si rivolgevano a noi del clan e a me in particolare per il tramite delle persone di mia fiducia, per avere l’assenso alla loro candidatura. Io raccoglievo queste proposte e poi decidevo in base ad una sorta di valutazione delle personalita’, tra cui la serieta’ nei nostri confronti e il profilo psicologico. Quindi davo il nulla osta”.

Il boss Michele Zagaria ripreso durante un colloquio in carcere

E, stando a quanto riferisce, “nel caso di Casapesenna il sistema era esattamente lo stesso”. Lì dove a comandare era l’altro padrino, Michele Zagaria. Come nel caso di Fortunato Zagaria, solo omonimo del capoclan, ma sostenuto dallo stesso come sindaco di Casapesenna. Diversamente da Giovanni Zara, il cui mandato come primo cittadino durò molto poco. Perché “non era un sindaco a nostra disposizione, tanto che Michele Zagaria intervenne per farlo cadere dalla carica, mi pare facendo dimettere i consiglieri che lo sostenevano”. Uno dei due modi per far cadere o convincere un sindaco. L’altro era avvicinarlo.

Molti brani sono stati coperti da omissis dalla Procura, compreso quello in cui viene fatto riferimento a una “indicazione di Nicola Cosentino”. L’ex leader di Forza Italia già condannato in primo grado per presunte collusioni con il clan dei Casalesi.

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