a cura di Francesca Iervolino

Sinossi
“Alle volte ci si ritrova nel mezzo: di due case, di più lingue. Nel mezzo di più vite, di decisioni ancora da prendere, di bisogni contrastanti. E qui che sta Matilde, maestra in pensione che si reinventa badante, alle prese con una parte di se stessa che credeva di non dover mai affrontare. I segreti sono spazi di intimità da preservare, nascondigli per azioni incoerenti, fughe, ma anche regali senza mittente per le persone che amiamo. Ma cosa resta di autentico nei rapporti quando si omette una parte di sé? Dove si sposta il confine tra sentimento e calcolo? Matilde lo scoprirà nel confronto con sua figlia, con l’ingegnere di cui si prende cura, con gli spaccati di vite sempre in bilico del quartiere di periferia in cui vive: ogni rapporto ci trasforma, in una dimensione di reciprocità che, attraverso l’altro, ci permette di valutare quanto, alla fine, siamo disposti a cedere di quella metà di noi. Dando voce a una coralità di personaggi, Paola Cereda racconta una società frammentata che cambia e fa emergere nuovi bisogni e nuove prospettive, in cui pare necessario inventarsi una nuova modalità per far quadrare i conti con noi stessi e con gli altri. Con una scrittura asciutta e chirurgica, che pure inaugura spazi di autentica poesia, tesse una storia universale, la storia di una donna in grado di restare in piedi quando crolla anche l’ultima illusione”.

“Quella metà di noi”, nella dozzina del Premio Strega 2019, è stata la vera sorpresa nell’annuncio dei candidati al prestigioso riconoscimento, rappresentando una voce fuori dal coro rispetto ai titoli scontati che sono stati scelti dalla giuria. Qualcuno ha storto il naso, altri hanno manifestato sorpresa e una certa curiosità: un’autrice nuova, una casa editrice minore. Insomma, una novità di non poco conto da guardare indubbiamente in un’ottica più che positiva (almeno questo è ciò che pensavo prima di leggere il libro).

Paola Cereda, con una scrittura fluida e concreta, ci racconta la storia di Matilde Mezzalama, insegnante in pensione che per necessità e non per noia, come si scoprirà nel corso della narrazione, si improvvisa badante e tramite le suore dell’istituto di via Lomellina riesce a trovare un impiego presso la famiglia Dutto. Matilde inizia così ad occuparsi, tra il sospetto della domestica romena Dora e il fastidio della signora Laura, dell’ingegnere Giacomo Dutto che a causa di un ictus è ormai costretto a letto.

Recensione “Quella metà di noi”, di Paola Cereda
Recensione “Quella metà di noi”, di Paola Cereda

Matilde entra così a far parte del microcosmo di casa Dutto, un coacervo di mutue e reciproche accuse, di parole non dette, di litigi e di riappacificazioni temporanee, dettate esclusivamente dall’interesse. Al di fuori di casa Dutto, Matilde vive un’esistenza piatta e vuota: è vedova ed ha una figlia, Emanuela, con la quale ha un rapporto conflittuale e tristemente formale.

Si vergogna di sua madre, di Barriera di Milano
e delle sue origini modeste: in poche parole,
si vergogna di se stessa.

Nella sua casa in precollina Emanuela cerca di creare una vita e una quotidianità completamente distaccate dalle sue origini: le sue due figlie adolescenti, viziate e apatiche, frequentano una scuola privata mentre i suoceri dentisti le fanno pesare ogni singolo istante le sue origini modeste. Fanno da contorno a questo quadro triste e desolante altre “esistenze”, vite al margine altrettanto mediocri e rassegnate. Moreno, il “Lazzi”, Carmen: tutti con una storia triste alle spalle e un presente incerto.

Fa da sfondo a questa mal assortita compagine di personaggi la figura sfocata di Amedeo, giovane ambizioso ed ex amante di Matilde. “Quella metà di noi “ dunque è’ una storia come tante rimasta così com’è ed è proprio qui che risiede il problema e la pecca di questo libro. Manca la “scintilla”, quella scintilla in più che rende un libro “bello” ( e non solamente gradevole) e che cattura e mantiene costante l’attenzione del lettore.

Si legge con semplicità, le parole scorrono fluide
ma, al di là di riconoscere l’ottima scrittura della Cereda, questo libro non è nient’altro.

Una galleria di personaggi irritanti, patetici e poco interessanti sotto il profilo umano: una figlia egoista che si sente addosso ancora il puzzo della periferia di Torino, la cosiddetta “Barriera di Milano”, e una sessantenne ridicola, senza spina dorsale né amor proprio, che si lascia ammaliare dal belloccio di turno che la convince ad investire denaro per un progetto.

Morale della favola? Il progetto va in porto ma il tizio pensa bene di tenersi soldi ed investimento e parte alla ricerca di una nuova vita, lasciando ovviamente l’attempata Matilde a Barriera, a raccogliere i cocci di una vita ormai misera e vuota. Attorno a loro gravitano altri soggetti la cui costruzione e caratterizzazione appare al lettore superficiale e a tratti patetica, che non aggiungono nulla di più alla storia nè la rendono maggiormente interessante o almeno accattivante.

La storia di Matilde non convince, non sorprende,
in una sola parola “non appassiona”.

E’una storia normale infarcita qua e là di ovvietà e scevra da qualsiasi “coup de theatre” che dia la spinta alla narrazione: il lettore non riesce a farsi un’idea di cosa accadrà nelle pagine successive e soprattutto non capisce fino in fondo dove voglia andare a parare l’autrice, il tutto in un crescendo di noia mista a confusione. Riflettendo sul senso di questo libro pare di comprendere che l’autrice si sia posta l’obiettivo di voler indagare le dinamiche in cui ciascuno di noi incanala la propria esistenza e degli errori che, più o meno consapevolmente, si è disposti a compiere per conquistare un pezzettino di felicità o per ribaltare lo stato di cose e salvarci da una vita tediosa che in fondo noi stessi abbiamo contribuito a creare.

L’autrice ha cercato dunque, senza purtroppo riuscirci, di mostrare al lettore come persone “comuni” possano svelare improbabili lati nascosti e affascinanti e tratti caratteriali del tutto unici (che purtroppo nessuno di loro possiede) ma il risultato di tutto ciò purtroppo è una storia che fa acqua da tutte le parti. Un vero peccato insomma, soprattutto se si pensa che “Quella metà di noi” è in corsa per il Premio Strega 2019.