di Giancarlo Tommasone

Situazione «tragica» a Napoli e a Caserta per quel che riguarda il rinnovo del porto d’armi. Presso la prefetture partenopea e di Terra di lavoro, si registra infatti un preoccupante ritardo nel visionare i documenti e una massiccia bocciatura delle licenze. A risentire delle lungaggini burocratiche e della linea segnata  – da un po’ di tempo – dal Ministero, oltre a carabinieri, poliziotti e appartenenti alle forze dell’ordine, sono soprattutto le guardie giurate. Perché se è vero che i tutori dell’ordine sono in possesso dell’arma di ordinanza e il problema sovviene, nel caso, per la seconda pistola, è altrettanto vero che i metronotte hanno bisogno del permesso per lavorare. Per spiegare la situazione basta considerare un particolare: molte guardie giurate sottoscrivono contratti a tempo determinato, ma dal momento in cui fanno richiesta per il rinnovo del porto d’arma, può passare anche un anno e allora significa che restano disoccupati. Sulla questione abbiamo ascoltato il segretario provinciale del Siulc, Angelo Bifaro.

Il Palazzo della Prefettura di Napoli

«Ultimamente, l’avvocato del nostro sindacato ha presentato istanza contro la Prefettura di Napoli perché a un nostro collega non è stato rinnovato il porto d’armi. La causa? La denuncia da parte della ex moglie che ha segnalato il mancato versamento degli alimenti. L’uomo aveva un contratto a tempo indeterminato, ma in virtù della sospensione della licenza, ha perso il posto ed ora è disoccupato», afferma Bifaro.
«Il problema è alquanto complesso – spiega – ed ha a che fare soprattutto con la resistenza che trovano diversi colleghi da parte delle prefetture. La licenza va rinnovata ogni due anni e la documentazione va inviata 90 giorni prima della scadenza del permesso. Molte volte, però, basta una contravvenzione emessa magari 10 anni fa (e quindi caduta in prescrizione) e non pagata o la denuncia da parte di una ex consorte per presunto non versamento degli alimenti, che ci si vede bocciare la pratica. Ciò significa che si è impossibilitati a lavorare». Tutto ciò avverrebbe in violazione della legge, secondo Bifaro, «non si tratta di essere condannati, ma soltanto deferiti. Si sospende la licenza perché c’è una denuncia in atto».
Di casi come quello descritto dal segretario provinciale del Siulc, ce ne sarebbero diversi. L’attenzione di Bifaro si sposta poi su un problema di natura sociologica. «Siccome, per i motivi di cui abbiamo parlato prima (denunce, multe, ecc.), non possono togliere l’arma a chi non è stata rinnovata la licenza, accade che la pistola rimanga a casa. Parliamo di persone che subiscono un forte stress per la perdita del lavoro e che in un momento di sconforto potrebbero pure pensare di usarla contro se stesse. Naturalmente questo è un caso limite, ma deve essere contemplato», conclude.