Luigi Necco, scomparso oggi a 83 anni, non è stato solo il volto della passione azzurra nei collegamenti per “90mo Minuto”, ma anche un eccezionale giornalista d’inchiesta. Stylo24 ne onora la memoria pubblicando uno stralcio del libro “Pallone Criminale” (Ponte alle Grazie, 2013) che ripercorre l’attentato di cui rimase vittima ad opera di un killer della Nuova camorra organizzata. Non ebbe né cercò scorte né premi speciali per il coraggio, Necco. Un esempio per i tanti falsi eroi di carta di oggi.

[…] La strana miscela tra calcio e camorra inizia, con tutta probabilità, il 31 ottobre 1980. Ma non a Napoli. I primi segnali di cedimento dello sport alla criminalità organizzata avvengono nella provincia più verde della regione, quella irpina; la terra che regalerà al Paese, di lì a qualche anno, un presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, che ricoprirà anche la carica di segretario nazionale della Democrazia cristiana, e svariati uomini politici e di governo che, ancora oggi, galleggiano in posizioni di potere più o meno degne di nota.
La squadra locale si chiama Unione Sportiva Avellino e il suo patron è Antonio Sibilia. Carattere vulcanico, modi spicci e gran fiuto per gli affari, Sibilia è il costruttore più famoso della zona e tra i più facoltosi della Campania. Ovunque ci sia un muro da tirare su, ci sono le sue ditte. Ad Avellino come a Salerno, o a Benevento e pure a Napoli. Il suo business è tentacolare. Ha parecchi amici, buoni e meno buoni, tant’è che inizia a girare voce che la sua proverbiale bravura nel vincere gli appalti sia dovuta alla vicinanza a don Raffaele Cutolo, il camorrista più feroce e temuto dell’epoca. Lui risponde che si tratta di cattiverie messe in giro dai suoi nemici, che vogliono screditarlo e sradicarlo dal mercato, dove ha raggiunto – in ogni caso – quasi una posizione da monopolista.
Sibilia capisce di calcio, anzi forse è uno dei pochissimi presidenti di club che, oltre ad aprire il portafogli e basta, sa anche come si costruisce una squadra. I tifosi se ne accorgono quando dal Brasile arriva un tipetto, tutto pelle e ossa, che c’ha un nome che è lungo un chilometro: Jorge dos Santos Filho. In arte, Juary.

Juary

Juary non è male, sul campo verde. E pure quella magrezza, che i soliti esperti del bar dello sport ritengono essere il vero tallone d’Achille del calciatore, perché non gli consentirebbero di rivaleggiare con i difensori più muscolosi delle squadre avversarie, in realtà lo facilita, e di tanto, a sgusciare dalle mischie palla al piede. La prima stagione ad Avellino non è per nulla malvagia. Segna un bel po’ di gol e si fa apprezzare per lo spirito di sacrificio con cui dà una mano alla squadra, quando c’è da difendere il risultato. E poi un brasiliano in terra di lupi non è che si incontri tanto facilmente.
Protagonista in campo, ma anche fuori, perché – a quell’epoca l’US Avellino milita nella massima serie – Juary s’inventa un modo di festeggiare i gol che non s’è mai visto in Italia. Appena riesce a insaccare il pallone nella rete, corre verso la più vicina bandierina del calcio d’angolo e ci gira attorno, come quegli indiani d’America che danzano, alla luce della luna, attorno al fuoco. Quel balletto scalmanato diventa il segno caratteristico della straordinaria avventura di una piccola realtà dell’entroterra campano nel mondo della serie A.
Così, dell’Avellino e di Juary iniziano a parlare un po’ tutti. Il suo acquisto, al di là delle capacità tecniche, sembra la classica operazione simpatia di un club semisconosciuto che vuole farsi notare nei santuari del grande football, come Milano e Torino, ora che le porte del calciomercato internazionale si sono finalmente riaperte. D’altronde, il Napoli non è ancora quello stellare di Diego Armando Maradona e Antonio Careca, ma un’onesta compagine che naviga, tranquilla, nelle acque medio-alte della classifica, e quindi c’è spazio per un altro club campano nel cuore dei tifosi.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo
Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

A questo punto, le cronache sportive cedono il passo a quelle giudiziarie, perché – non si sa come, non si sa quando e il perché – a seguire l’US Avellino ci si mette pure il boss Raffaele Cutolo. Dal carcere s’informa dei risultati, chiede delle prestazioni dei giocatori, si prende una vera passionaccia per Juary. E Sibilia, che conosce bene lo spessore criminale di Raffaele Cutolo, decide di premiare la fedeltà e l’amicizia di questo tifoso così «speciale» con un gesto altrettanto «speciale».
Il 31 ottobre 1980, il presidente viene informato di un’udienza di un processo che si sta celebrando a Napoli, nel corso della quale sarà presente anche don Raffaè. È l’occasione buona per incontrarlo. Nell’aula gremita di avvocati, fotografi, magistrati, carabinieri e parenti dei carcerati, Antonio Sibilia mette quasi in ombra il giovanotto dalla pelle scura che gli sta dietro, con la faccia spaesata e gli occhi che roteano alla ricerca di un volto familiare. Quel giovanotto è proprio lui, Juary. Sibilia se l’è portato al seguito. Se l’è portato al processo. Gli ha fatto saltare l’allenamento, quel giorno, perché l’appuntamento con il capo della Nuova Camorra Organizzata vale, senza dubbio, una seduta di addominali e una sgambata in meno. Oltre alla sua «punta di diamante», Sibilia si è portato da Avellino anche una medaglia d’oro di settanta grammi, su cui sono impresse da un lato la testa di un lupo, simbolo del club, e dall’altro la dedica: «A don Raffaele Cutolo, con stima».

Raffaele Cutolo durante una deposizione in aula

A consegnare al capoclan l’onorificenza, davanti a tutti, in quell’aula di tribunale, è proprio il calciatore brasiliano. Lo ha convinto il suo presidente, con quel suo vocione e con una manata che quasi lo scaraventava a terra. E Juary, che in Brasile non aveva mai visto un tribunale in vita sua, non può far altro che ubbidire. E poi, lui, parole come Nuova Camorra Organizzata, estorsione e agguati, nemmeno immagina che cosa significano. È un mondo che non gli appartiene. La prende come una richiesta un po’ strana del suo patron. E un giocatore professionista sa bene che non è mai saggio contraddire chi paga lo stipendio, soprattutto se ha un livello di pazienza pari a zero, come Sibilia.
Gli si avvicina, il calciatore, e gli porge la medaglia, sorridendo e fermandosi a parlare con quel suo tifoso particolare – così diverso da tutti gli altri da doverlo incontrare in una gabbia, come allo zoo – non più di un quarto d’ora. Dal fondo dell’aula, Antonio Sibilia osserva soddisfatto la scenetta, forse presagendo, in cuor suo, che la storia non finirà certamente lì.

Il boss Vincenzo Casillo

Infatti, la storia, appena gliela raccontano, fa drizzare le antenne all’allora sostituto procuratore Diego Marmo, che apre un fascicolo per apologia di reato e convoca il patron dell’US Avellino per farsi spiegare le motivazioni di un simile atto, maturato proprio quando (ma Sibilia, questo, non può saperlo) negli investigatori inizia a farsi strada l’ipotesi che il costruttore di Avellino sia un fiancheggiatore della NCO, uno dei tanti imprenditori che fanno affari grazie al rapporto con il mondo della malavita e che al mondo della malavita devono soldi, successo e rispettabilità sociale.
Quando arriva in Procura, Sibilia non si scompone più di tanto. Sembra quasi che per quella convocazione fosse preparato. Accompagnato dal suo avvocato di fiducia, il presidente precisa al magistrato che la medaglia a Cutolo non ha alcun significato particolare, né è un messaggio in codice. Si tratta, più semplicemente, di un gesto di gratitudine che Sibilia ha voluto rendere al boss, perché lo ha protetto dalle bande di rapinatori che infestano la provincia di Avellino, a quel tempo, e perché ha impedito che le Brigate Rosse facessero esplodere una bomba nello stadio Partenio. È un gesto di riconoscenza, più che di deferenza. Non spiega, però, Sibilia, per quale motivo i terroristi avrebbero dovuto prendersela con l’impianto sportivo di Avellino, visto che certamente non rientra nell’elenco degli edifici che hanno particolare valore politico o istituzionale.
Che qualcosa non quadri attorno alla squadra, in città, lo pensano tanti, ma solo pochi hanno il coraggio di dirlo. E uno solo è così pazzo da farci, addirittura, un’inchiesta in sei puntate per la Rai. Quel pazzo si chiama Luigi Necco, storico commentatore sportivo – dai campi del Napoli e dell’Avellino, appunto – per la trasmissione Novantesimo minuto. Necco, che il giornalista lo fa anche (e soprattutto) quando le notizie da dare sono assai scomode, collega tutto – l’amicizia di Sibilia con Cutolo, l’ombra del calcioscommesse, il confino, la storia della medaglia di Juary, le voci di paese – in un unico scenario di intrecci tra sport, malaffare e appalti pilotati. E, su questo canovaccio, spara ad alzo zero sulla dirigenza del club, sollevando ben più di un sospetto. Gli rispondono a colpi di rivoltella. Il 29 novembre 1981, quasi un anno dopo il terremoto che ha sconvolto l’Irpinia, con oltre tremila morti e decine di migliaia di sfollati e senzatetto, Necco, che avrebbe dovuto commentare di lì a poco la partita Avellino-Cesena, viene gambizzato con tre colpi all’uscita dal ristorante Cinthia Park, a Mercogliano. A sparargli è un giovane pregiudicato, Antonio Schirato, che sarà arrestato qualche tempo dopo. Le ferite, per fortuna, non sono gravi, e il giornalista deve rinunciare al lavoro per poco meno di un mese.
La matrice dell’attentato è chiaramente camorristica, ma è il movente il vero cruccio degli investigatori. Non riescono a spiegarsi perché uno come Necco, conosciuto in tutt’Italia per i suoi collegamenti dai campi della Campania, possa aver dato a tal punto fastidio alla criminalità organizzata, da portarne addosso, cucite sulla pelle, le conseguenze. Chiaramente, è il suo lavoro di giornalista la chiave di accesso per interpretare l’agguato, ma, inizialmente, i magistrati e le forze dell’ordine che si occupano del caso ipotizzano che a scatenare la rabbiosa reazione della Nuova Camorra Organizzata sia stato qualche servizio andato in onda, sulla Rai, riguardo all’espansione dell’organizzazione in provincia di Avellino.
La realtà è ben diversa e sarà lo stesso Necco a raccontarla, qualche tempo dopo. Il giornalista sportivo finisce in un letto d’ospedale non per aver dato un calcio alla camorra, con la sua inchiesta a puntate, ma per aver parlato, per la prima volta, della camorra nel calcio. Secondo la ricostruzione del telecronista, il 31 ottobre 1980, in tribunale, Cutolo, dopo Juary, incontra misteriosi personaggi che gli chiedono di dare una lezione al telecronista. Cutolo, però, non ci sta ad autorizzare l’attentato, sia perché – riporta Necco nelle sue memorie – i cronisti non si toccano e sia perché il giornalista tutto sommato gli è simpatico, e gli dispiacerebbe fargli del male.
Dunque, chi è che decide per l’agguato al giornalista Rai? È Enzo Casillo, potente e spregiudicato numero due della Nuova Camorra Organizzata, che ribalta la decisione di Cutolo e autorizza l’attentato ai danni di Luigi Necco per dargli una lezione. L’intimidazione, però, non ferma il giornalista che, mentre la magistratura smantella la NCO e Casillo muore per un’autobomba a Roma, mentre Sibilia viene archiviato dall’accusa di essere un fiancheggiatore della Nco, resta tranquillamente a commentare le partite dell’US Avellino per i successivi cinque anni, ottenendo – alla fine, per ironia della sorte – anche lui una medaglia d’oro dal club, ormai passato di proprietà, in segno di amicizia. La stessa con cui era stato omaggiato il capo dei capi.