La sede della Procura di Catanzaro

Nei giorni scorsi eseguite 334 misure di custodia cautelare

di Giancarlo Tommasone

Si indaga anche su soggetti napoletani, al momento in via di identificazione, nell’ambito dell’inchiesta «Rinascita-Scott» contro la ’Ndrangheta, che nei giorni scorsi ha portato all’esecuzione di 334 arresti. L’operazione ha coinvolto tremila carabinieri impegnati ad eseguire 334 misure: 260 persone in carcere, 70 ai domiciliari, 4 divieti di dimora. La Calabria è stata rivoltata come un guanto dal pool di magistrati coordinati dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri e dalle forze dell’ordine.

Nel corso delle indagini sono
emersi rapporti
tra locali di ’Ndrangheta,
politica e massoneria

Tre degli indagati, Francesco Paternò, Orazio Lo Bianco (i primi due esponenti della ’ndrina Cassarola) e Rosario Pugliese (ritenuto vertice della citata ’ndrina), tutti di Vibo Valentia, rispondono anche di una vicenda che si origina nel capoluogo partenopeo. Su mandato di Pugliese, ricostruisce la Procura, Paternò e Lo Bianco entrano in possesso di due scooter rubati, «versando ai procacciatori (gli autori del furto) la somma di 300 euro». Caricano i motocicli su un autocarro e tornano in Calabria. Vengono però fermati dalle forze dell’ordine, e si effettuano i controlli sui mezzi, un Kimko Down Town, risultato provento di furto denunciato il 7 agosto del 2018 a Chiaia; e un Honda Sh 150, ciclomotore rubato sempre ad agosto, nella zona di Fuorigrotta.

Le ipotesi degli inquirenti

Stando alla ricostruzione dell’accusa, si evince nell’ordinanza di 1.263 pagine, Paternò e Lo Bianco «quindi asportavano dai citati motocicli la targa e cercavano di punzonare il telaio del motociclo Honda Sh 150, così compiendo in relazione ai suddetti beni, atti volti ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Con l’aggravante di aver commesso il fatto per agevolare l’associazione per delinquere di stampo ndranghetistico, nella sua articolazione di Vibo Valentia». Gli scooter rubati a Napoli e comprati dai calabresi, argomentano gli inquirenti, sarebbero serviti all’organizzazione malavitosa per perpetrare delitti.