(nella foto l'indagato Antonio Capasso)

di Luigi Nicolosi.

Braccato, messo alle corde e sempre più con il fiato sul collo. Incalzato dal pentimento di Andrea Lollo e, soprattutto, dal recente arresto del suo amico narcos Rosario Lumia, il giovane imprenditore Antonio Capasso sapeva di stare rischiando grosso: «Hanno la microspia in macchina, pure nella Smart, a casa, nel ristorante». Da lì all’ordine di “bonificare” ogni area a rischio il passo fu brevissimo. Gli uomini di Capasso non riuscirono però a scovare una delle “cimici” piazzate degli investigatori e proprio quel piccolissimo microfono, nascosto nella villa di via Marechiaro a Posillipo, si rivelerà determinante per raccogliere gli ultimi elementi indiziari a carico dell’organizzazione specializzata nel traffico di cocaina.

L’inedito retroscena emerge dalla lettura delle 252 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita pochi giorni fa: «Le attività investigative – scrivono gli inquirenti – consentivano di accertare che a gennaio 2019 Antonio Capasso (già titolare di “Tufò – trattoria gourmet”, ndr) si trovava in procinto di aprire una nuova sede del ristorante, denominata “Tufò Take Away”, con sede a Napoli, in piazza San Luigi, cosa che poi effettivamente avveniva». Il 28enne imprenditore, figlio del noto narcos Ciro, «consapevole di essere sottoposto a indagini e riferendo (ad alcuni interlocutori, ndr) che all’interno delle sue auto e abitazioni erano installate delle microspie, collegava tale evenienza con l’arresto di Rosario Lumia (sorpreso con oltre 30 chili di cocaina, ndr), riferendo che seppure gli investigatori avessero verificato i suoi spostamenti all’estero, non vi erano prove a suo carico».

Ecco, dunque, l’intercettazione trascritta in ordinanza da cui si evincono i timori ma anche la futura strategia di Capasso jr: «Hanno la microspia in macchina… come non lo so… pure nella Smart sta… dopo che arrestarono Rosario… la casa qua… la casa a Casoria… il ristorante… il motorino… il Mercedes… il gps e microspia… io penso solo Rosario… l’unica cosa… perché poi con il resto devi riscontrare… io vado in Spagna… vado di qua… ma devono avere sempre le prove».

A quel punto, secondo la ricostruzione degli inquirenti della Dda di Napoli, «Capasso dava incarico ad alcuni soggetti di effettuare delle bonifiche atte al rinvenimento di microspie sia all’interno dei suoi appartamenti che delle sue autovetture». Non tutto va però secondo i piani stabiliti: «Fortunatamente la microspia installata nella sua residenza di via Marechiaro non veniva rinvenuta dagli scanner, il che consentiva di proseguire nelle attività tecniche e acquisire ulteriore elementi di reità nei suoi confronti». Ancora dodici mesi di indagini e le manette sarebbero state strette ai suoi polsi e a quelle di altre 23 persone.