Il Cavaliere del Lavoro Giuseppe Maiello

Giuseppe Maiello, Cavaliere del Lavoro e patron di Ideabellezza, a Stylo24: «Sì ai trasporti privatizzati sotto il controllo del Comune. De Luca mi piace, fa quello che promette»

Napoli si avvia verso le prossime elezioni comunali, dopo 10 anni di amministrazione targata Luigi de Magistris. Sull’attuale stato del capoluogo campano, sulle aspettative e le risposte che ci si attende dalla prossima fascia tricolore a Palazzo San Giacomo, per risollevare le sorti della terza città d’Italia, Stylo24 ha raccolto le considerazioni di Giuseppe Maiello, uno dei maggiori nomi dell’imprenditoria campana. Fondatore di Gargiulo & Maiello Spa, Maiello è il patron del marchio Ideabellezza (catena che conta oltre 90 negozi in Italia), e nel maggio del 2020 è stato insignito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro.  

Cavaliere Maiello, di cosa ha bisogno, in primis, Napoli?
«Io vorrei venisse ripristinato, innanzitutto, il senso della legalità e del corretto vivere civile. Naturalmente, per fare ciò, non bisogna dare adito ai napoletani di accampare scuse; voglio dire che chi si troverà ad amministrarla, ha l’obbligo morale e politico di lavorare per una città che offra servizi degni della terza metropoli d’Italia, che assicuri, giusto per fare un paio di esempi, trasporti idonei, e la possibilità di potersi muovere senza l’incubo costante per pedoni e automobilisti, di strade tenute in condizioni disastrose; senza l’incubo del traffico che attanaglia tutti i quartieri cittadini. Per non parlare poi dei “sempiterni” cantieri aperti, altro flagello con cui devono fare i conti i napoletani. Attualmente c’è la mancanza assoluta di criterio nella gestione di Napoli, noto una totale anarchia».

ad

Ripartire dalle basi, dunque. Per lei, cosa significa amministrare una città?
«Fare in modo che le cose funzionino, al di là delle difficoltà del caso. E per fare ciò c’è bisogno di un sindaco che metta in cima all’agenda, anche quella che si può definire sicurezza di prossimità, quella che cioè ci aspetteremmo di trovare non appena usciamo di casa. Un pensiero lo rivolgo alla completa non gestione del traffico che si verifica negli orari di inizio e fine delle lezioni scolastiche. Basterebbe prendere esempio da modelli europei che prevedono una gestione integrata di trasporti pubblici e privati, nonché un piano stradale che favorisca alti flussi veicolari salvaguardando però la sicurezza dei più piccoli».

Sulla base della sua lunghissima esperienza di imprenditore, creda si possa fare un parallelismo tra l’amministrazione di una città e la guida di un’azienda articolata e complessa come può essere la sua?
«Certo, ci sono numerosi punti di contatto, ma è chiaro che non si può applicare alla cosa pubblica, il criterio di gestione di un ente privato. E me ne sono reso conto quando ho guidato l’Interporto di Nola. Una delle differenze fondamentali con il privato, è rappresentata, un esempio su tutti, dalla burocrazia e dalle relative lungaggini che rallentano il comparto pubblico».

E Napoli, in che condizioni si trova adesso?
«Ormai Napoli versa da anni in uno stato di abbandono. Stato che sicuramente ha origini più lontane, ma che negli ultimi anni non ha visto grandi azioni messe in atto con l’obiettivo di arginarlo».

A proposito di partecipate, e nel caso specifico di Anm, è d’accordo sulla privatizzazione dei trasporti a Napoli?
«Sinceramente, sì. Per me sarebbe molto meglio una gestione privata, con la supervisione, a monte, però del Comune, che deve vegliare affinché gli obiettivi, per cui è stato affidato l’incarico ai privati, vengano raggiunti. In generale c’è però da dire che il Comune ha bisogno, a cominciare dalla guida e dalla gestione delle aziende municipalizzate (che sono l’ossatura dell’azienda Napoli), di professionisti capaci e che sappiano fare il proprio lavoro. Questo mi auguro possa accadere per Napoli nei prossimi anni».

E c’è una esperienza amministrativa di un’altra città d’Italia che le piacerebbe venisse riproposta per Napoli?
«Quella di Milano, durante la gestione del sindaco Albertini. Credo che abbia raggiunto il connubio quasi perfetto, tra i conti in ordine e l’assicurare vivibilità ai cittadini. È quello che servirebbe a Napoli. Il rammarico principale è relativo al fatto che la nostra città, solo dal punto di vista paesaggistico, della storia, della cultura millenaria, della bellezza, ha potenziali incredibili, che però non riescono ad essere valorizzate e messe a frutto».

Quale cosa farebbe per prima, se lei fosse sindaco di Napoli?
«Agirei con la riorganizzazione della macchina comunale. Lavorerei per infondere in tutti un senso di appartenenza degno di questa città. Comincerei dal Corpo della Municipale, istituzione di  legalità e sicurezza, di prossimità per i cittadini».

Ci riallacciamo ai beni di Napoli. Lei in passato, ha avuto una sede societaria presso l’Albergo dei Poveri, una ricchezza della città che è ferma dal periodo post terremoto. Come rilancerebbe quella struttura?
«Con la dovuta risistemazione, vi allocherei gli uffici comunali, che oggi sono sistemati in spazi che, nella maggior parte dei casi, rasentano la fatiscenza. Anche da questo punto di vista rilancerei la dignità che spetta a Napoli e alle sedi del Comune».

Molto spesso i sindaci, anche per fare facile populismo riguardo alle politiche aziendali adottate dal colosso delle spedizioni, dicono no alla presenza di poli di smistamento di Amazon. Lei sarebbe favorevole a un centro della multinazionale a Napoli?
«Assolutamente sì. Prima di tutto perché il progresso non si ferma. L’attestarsi di Amazon e delle vendite online, è solo un successivo step dell’era multimediale, che stiamo vivendo. Anziché contrastare il progresso, naturalmente con i dovuti accorgimenti, bisognerebbe accompagnarlo, facilitarlo, e godere di ciò che di positivo ci offre».

Parliamo del concetto di onestà, e di come è stato trasformato e viene inteso oggi – soprattutto in seguito all’idea grillina – applicandolo alla politica. L’onestà è una zavorra per chi vuole fare politica, o resta sempre il punto di riferimento imprescindibile?
«Per me, resta un criterio fondamentale non solo per la politica, ma in ogni ambito. Perché chiunque non è onesto non può pretendere onestà dagli altri. Non può esserlo il politico nei confronti dei cittadini, non può esserlo il presidente di un’azienda nei confronti dei dipendenti».

Ma basta l’onestà, per fare politica?
«È tra i fattori fondamentali, ma c’è bisogno anche di competenza, di capacità, e di passione. Le cose non si fanno per mera convenienza».

Cosa manca oggi alla politica?
«La formazione dei circoli, e proprio la passione che emanava dai luoghi in cui nasceva e si rafforzava nell’individuo. E anche il coraggio di assumersi delle responsabilità. Da questo punto di vista, apprezzo molto il presidente della Regione, De Luca. È un uomo che, quando dice, fa».

Cosa pensa di Draghi?
«È un uomo concreto, che bada alla sostanza e che continua a badare alla sostanza».

Lei si definirebbe neoborbonico?
«Se per neoborbonico intende una persona che guarda avanti, crede nella crescita che porta il progresso, senza perdere di vista l’identità, e nel caso, quella dell’appartenenza a un popolo che vanta millenni di storia, allora sì, sono neoborbonico».

Riproduzione Riservata