La pellicola dei Manetti Bros presentata alla 74esima edizione del Festival di Venezia
La pellicola dei Manetti Bros presentata alla 74esima edizione del Festival di Venezia

di Giancarlo Tommasone

Parlare con Pino Mauro è come sfogliare un libro. Ma non un volume di ricordi, piuttosto di memorie. Perché nell’intervista rilasciata a Stylo24, il maestro, ripercorre oltre a una carriera che supera i sessant’anni, una vita fatta di canzoni, cinema, strada, cultura, Napoli, tradizione, innovazione. Lo fa con la voce di artista, a tutto tondo e si dichiara uomo di sinistra, anche se tiene a sottolineare il fatto che ormai la sinistra è solo una bella parola e non la ritrova più in alcuno schieramento politico. Dopo 78 anni, del resto, di vita ne ha vista e ne ha vissuta. Da Villaricca, passando attraverso innumerevoli esibizioni in tutto il mondo, fino al red carpet della 74esima Mostra del Cinema di Venezia, a cui è atteso il prossimo sei settembre; qui presenzierà, insieme a Franco Ricciardi e a Raiz, alla proiezione di “Ammore e malavita”, pellicola dei Manetti Bros in concorso al Lido.

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Chi è Pino Mauro?
E’ un artista, uno che fin qui ha cantato l’amore e la strada, la cronaca e la guapparia. Uno che a inizio settembre camminerà sul red carpet del Lido. Sono in molti a non aver capito e a non aver voluto capire il mio messaggio, attaccandomi per tornaconto personale e di altri e relegandomi a solo cantante di malavita, o peggio di camorra. I miei nemici sono stati soprattutto i miei colleghi, ma pure quei giornalisti o pseudo critici che per sensazionalismo e malafede, mi hanno più volte accostato a mafia, organizzazioni camorristiche, accostamento che io stigmatizzo e combatterò sempre. Nel 1982 fui tirato in ballo in una storia di droga, una storia inventata di sana pianta, tenuta in piedi dal niente. Ho pagato quelle bugie e quelle cattiverie dette e fatte nei miei confronti, passando due anni in carcere da innocente, poi sono stato assolto con formula piena. Non ho avuto diritto nemmeno al risarcimento, poiché la legge al riguardo entrò in vigore solo qualche anno dopo e non contemplava retroattività.

E’ stato uno dei maggiori interpreti della ‘canzone di giacca’, tornata in auge, insieme alla sceneggiata negli anni ’70, proprio grazie a lei che anticipò tutti. Che tematiche trattava?
Hanno scritto tanto sulla canzone di giacca, genere tra l’altro nato nell’Ottocento, ma la spiegazione del perché si chiami così è alquanto banale. Tra una esibizione e l’altra l’artista rientrava dietro le quinte del palcoscenico e indossava appunto la giacca per proporre il brano di genere. Le canzoni avevano al centro tematiche come la difesa dell’onore violato, la famiglia, si rifacevano a episodi tratti dalle cronache dell’epoca. Era una sorta di realismo applicato alla musica. Il protagonista della storia era di solito chi si era fatto giustizia da sé dopo aver ricevuto un torto o chi invece aveva difeso coloro che non avevano la forza né il coraggio di farlo. Mi viene in mente ‘O schiaffo, ma anche la stessa Zappatore, liriche di Libero Bovio, diventate poi brani diffusi in tutto il mondo. La mia scelta di riproporre tale genere maturò all’inizio degli anni ’70, quando la canzone d’amore, per diversi motivi, entrò in crisi e allora mi misi a studiare la canzone di giacca. Attinsi da Viviani, dal già citato Bovio, da Serao e riproposi la sceneggiata riportandola ai miei tempi anche nei temi da trattare. Spesso il protagonista era il guappo.

Chi è il guappo?
E’ un uomo d’onore, che è elegante nel vestire e nel ‘tirare’ con la molletta, che fa tremare il vile e il nemico solo se sentono dire il suo nome, un uomo positivo che discende da una famiglia agiata; provvede a dirimere le controversie nel suo quartiere o nel suo paese, fa rispettare la giustizia e l’onore ed è sempre pronto a difendere la povera gente. E’ un uomo che fa del bene, facendosi rispettare.

Sa che molti continuano a mettere sullo stesso piano il guappo e il camorrista?
Stiamo scherzando? Il camorrista non c’entra niente col guappo, il camorrista è quello che si arricchisce con la droga, che va nei negozi a prendere le estorsioni da 200 euro a poveri esercenti già vessati dalle tasse, che vive della sofferenza degli altri, che tradisce e uccide gli amici. Il guappo invece si alimenta del bene che riceve facendo del bene.

Mi ha detto che nel covo in cui si nascondeva uno dei vertici di Cosa Nostra prima dell’arresto, trovarono dei cd con delle canzoni sue e di Mario Merola.
Sì, ma questo cosa significa? A chiunque può piacere la mia musica e il bel canto napoletano.

Restiamo in tema, la sceneggiata è stata relegata a genere di nicchia, oggi in televisione imperversa Gomorra. Lei cosa ne pensa?
Gomorra e Saviano danno un’immagine distorta di Napoli e del Sud. Li considero una rovina per la nostra terra. La camorra è fortunatamente una piccola fetta dei quartieri di Napoli e delle città della provincia. Eppure, nel resto d’Italia e all’estero, ormai siamo considerati abitanti di posti in cui ci sono solo boss, sparatorie, droga e omicidi. A me appare tutto come un’operazione di marketing ottimamente riuscita, perché queste cose vendono e fanno arricchire chi le produce. Tornando a Gomorra, e mi riferisco soprattutto alla serie, tranne poche eccezioni è pessima anche nel cast e nella recitazione degli interpreti.

E della colonna sonora cosa pensa?
Per quanto riguarda i brani dei rapper napoletani, che considero miei nipoti d’arte, c’è qualità, anche se credo che alla fine abbiano partecipato al progetto solo per maggiore visibilità. Sui pezzi dei cantanti neomelodici, invece, posso semplicemente dire che si tratta di deriva culturale, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello di chi li interpreta.

Pino Muro è critico nei confronti della fiction Gomorra

Quindi i cantanti neomelodici non le piacciono?
Hai detto una parola grossa, cantanti. Dico semplicemente che non sanno cantare, e se non sai cantare, che artista sei? Puoi andare nelle televisioni private e rispondere alle ‘dirette’ (telefonate, nda), ma è meglio che non canti. La canzone e il cantante sono un’altra cosa.

Passiamo alla politica, lei è di sinistra?
Ho raccontato il sottoproletariato napoletano degli anni Settanta ed Ottanta. Ho raccontato il contrabbando, che all’epoca faceva campare migliaia di famiglie. Si trattava di un’attività che attaccava solo economicamente lo Stato, ma era, con tutte le proporzioni del caso, una sorta di esproprio per chi non aveva lavoro e soldi per poter mettere il piatto a tavola. Io stesso da ragazzino scaricavo le sigarette per racimolare i soldi che mi servivano per prendere lezioni di canto. Comunque sono sempre stato un uomo e un artista di sinistra, anche se ultimamente la sinistra è solo una bella parola, che non ritrovo più in alcuno schieramento. A comandare è solo la politica, la vera organizzazione malavitosa, che attraverso giochi di potere e clientelismo continua ad affossarci per restare aggrappata alle poltrone. Del resto non lo dico io, lo dicono le cronache giudiziarie da sempre.

Che cos’è Napoli per Pino Mauro?
E’ ‘a vita mia. Racconto quello che spesso mi succede. La mia famiglia si è trasferita a Milano da tempo e ogni tanto vado a trovare i miei figli. Dopo cinque giorni però mi viene appocundria (in questo caso il termine indica nostalgia e malessere per la lontananza, nda) e devo tornare a Napoli. Però vedo una città – e parlo da artista – che ultimamente è guidata da chi smercia una pseudo tradizione rivisitata e non dà spazio di crescita alle voci veramente nuove della cultura e dell’arte. Il discorso si fa più ampio e mi devo riferire per forza di cose anche al governatore De Luca, che essendo di Salerno, spesso spinge e fa lavorare ‘artisti’ che non conosce nessuno, a discapito invece di altri ben più validi e apprezzati dal pubblico.

Vede un futuro per Napoli?
Non lo so. So solo che, fino a quando regneranno clientelismo e interessi personali, Napoli non sarà mai libera.

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