Il defunto capoclan Mario Fabbrocino

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di Giancarlo Tommasone

E’ morto in ospedale, a Parma, all’età di 76 anni, il padrino Mario Fabbrocino, conosciuto all’anagrafe della camorra con due alias: «il boss dei due mondi» (per la latitanza in Sudamerica) e «’o gravunaro» (il carbonaio). Era nato il 5 gennaio del 1943 a Ottaviano, e aveva costruito la sua carriera criminale attraverso una organizzazione che controllava un territorio vastissimo, una zona che comprendeva non solo la città del rivale, Raffaele Cutolo (Ottaviano, appunto), ma anche San Gennaro Vesuviano (centro in cui il boss aveva mosso i primi passi), San Giuseppe Vesuviano, San Gennarello di Ottaviano, Palma Campania e Terzigno.

Tra i promotori
della Nuova famiglia,
il cartello
che si schierò
contro la Nco,
Fabbrocino era in carcere
dal 14 agosto del 2005

Lo scovarono a San Giuseppe, presso l’abitazione di alcuni conoscenti. Al momento del blitz delle forze dell’ordine, era in pigiama. Era latitante da quattro mesi, da quando si era dato alla macchia (era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale), lasciando la sua abitazione di San Gennaro Vesuviano, perché presagiva l’emissione di una nuova ordinanza a suo carico per due omicidi, tra i quali quello di Roberto Cutolo (figlio di Raffaele), ucciso a Tredate (in provincia di Varese) nel 1991.

L’ex capocentro
della Dia, Adolfo Grauso:
così catturammo
Mario Fabbrocino

Stylo24 ha raccolto la testimonianza di Adolfo Grauso, allora capocentro della Dia, che guidò il blitz per la cattura di ’o gravunaro. «Nell’ambito delle indagini, da tempo avevamo avviato un’attività di intercettazione per scovare il latitante – racconta Grauso – Tenevamo sotto controllo una serie di utenze telefoniche, appartenenti anche a persone incensurate che però erano nella cerchia di Fabbrocino».

«In particolare, fummo allertati da una telefonata intercetta lo stesso 14 agosto, una conversazione di un uomo che parlava con la madre a cui chiedeva notizie su ingredienti e preparazione del ragù», spiega Grauso. «Ricordo che disse una frase del genere: ’o zio va truvann’ ’e sapé come si fa il ragù. A questo punto ipotizzammo che si riferisse a Fabbrocino. Era agosto e molti colleghi erano in ferie e furono richiamati per partecipare al blitz. Formata la squadra, ci dirigemmo sul posto, circondammo l’abitazione e facemmo irruzione. Trovammo il latitante in pigiama, apparve sorpreso, frastornato, e si lasciò ammanettare tranquillamente. Nell’appartamento c’erano anche altre persone, ma nessuna oppose la minima resistenza. Catturato Fabbrocino, lo portammo presso gli uffici della Dia», continua Grauso. Durante l’operazione si registrò anche un episodio singolare. «Ricordo che Fabbrocino compì alcuni metri praticamente con il pantalone del pigiama abbassato, evidentemente si era allentata la molla che lo stringeva alla vita. Lo feci notare agli uomini che lo avevano materialmente in consegna e così superammo anche questo incidente di percorso», conclude Grauso. Da quel giorno, Mario Fabbrocino ha passato in carcere quasi 14 anni. La morte è sopravvenuta in ospedale, a Parma, dove era stato condotto a causa di una malattia che lo minava da molto tempo.

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